Linguistica / La sostanza originaria dell’alba

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Emilio Villa

Linguistica (estratti)

Non c’è più origini. Né.                                    Né si può sapere se.

Se furono le origini e nemmeno.

E nemmeno c’è ragione che nascano

le origini.                            Né più

la fede,              idolo di Amorgos!

chi dici origina le origini nel tocco nell’accento

nel sogno mortale del necessario?

No, non c’è più origini.                                                No.

Ma

il transito provocato delle idee antiche – e degli impulsi.

[…]

Chi arrestava i sintagmi sazi nel sortilegio della consistenza

usava lo spirito senza rimedio nel momento indecisivo

come un compasso disadatto, non esperto, così non si poteva

agire più niente, più, ombra ferita e riferita, proiezione

senza essenza, così che speculare sul comune tedio

un gioco parve, e ogni attimo-fonema

ancora oggigiorno sfiora guerra e tempo consumato, e il peso

corrompe dell’ombra dei tramiti dell’essenza.

[…]

E non per questo celebro coscientemente il germe

sepolto, al di là,

e celebro l’etimo corroso dalle iridi foniche,

l’etimo immaturo,

l’etimo colto,

l’etimo negli spazi avariati,

nei minimi intervalli,

nelle congiunzioni,

l’etimo della solitudine posseduta,

l’etimo nella sete

e nella sete idonea alle fossili rocce illuminate

dalle fosforescenze idumee, idolo di Amorgos!

cop ind

Flavio Ermini

 

La sostanza originaria dell’alba (estratti)

 

 

«celebro coscientemente il germe sepolto» scrive Emilio Villa in una delle sue poesie più significative,  Linguistica, vera e propria dichiarazione di poetica in versi, inclusa nei testi raccolti in E ma dopo, pubblicati nel 1950, ma probabilmente scritti, come le poesie di Oramai (1947), tra il 1936 e il 1945. «celebro coscientemente il germe sepolto» scrive Emilio Villa. Gli fa eco Empedocle quando racconta l’irruzione dolorosa e felice delle origini nella memoria: «Fui un tempo fanciullo e fanciulla, arbusto / e uccello e muto pesce nelle onde salate». Dal «germe sepolto» giunge una spinta polimorfica. Sarà consentito alla parola poetica – la parola più vicina alla parola originaria – di risalire fino al principio? fino alle «fossili rocce» e ai «giorni acerbi»? Ecco la questione che viene posta da Villa in tanta parte della sua opera, ma – nello specifico – soprattutto in Linguistica, dove la questione viene approfondita con una nuova domanda: fino a dove ci porterà questo risalire insistito verso le origini? […] Abbiamo sempre pensato l’inizio come il passaggio dal caos alla forma. Ma l’inizio non ha molto a che fare con le sculture cicladiche del 2700 a.C. Le loro braccia conserte segnalano ben altro. Amorgos registra ben altro, ribadisce Villa. Registra che il vero inizio è caos; il caos che precede le realizzazioni plastiche dei primordi, il caos che può rivelarsi indomabile, e che ancora oggi è presente nel sottosuolo della storia, così come osserva Nietzsche. Quel caos giunge dal sottosuolo della storia a dirci che l’ordine estetico, lungi dal segnalare l’inizio, giunge a chiuderne l’esperienza. Ecco cosa segnalano quelle braccia conserte… Villa si spinge nella direzione di un passato remotissimo, prima della costituzione di una forma. Procede in senso filogenetico e in senso ontogenetico. Nel suo moto a ritroso, un retrocedere che tanto assomiglia a un costante avanzare, non trascura né le origini del linguaggio – per mettersi su tracce pre-linguistiche –, né la dimensione del rimosso dalla vita cosciente. Si affida a parole e a suoni inaudibili per dire qualcosa del «ben altro» delle origini o, quanto meno, per dire se sia possibile farlo. Nel suo immergersi nell’archeologia dell’espressione, Villa si affida all’energia che sembrano tuttora emanare le forme plastiche dei primordi, ad Amorgos. […] L’«idea massima del pericolo» è insita nella ricerca di Villa quando ci rivela che l’esordio della vita non costituisce un inizio puro, ma dietro di esso vi è qualcosa di più remoto. In quell’indistinto – cui Anassimandro dà il nome di Apeiron – c’è l’apertura di tutto l’essere, c’è l’unione con le forze che reggono il mondo. Sarà proprio tra l’Apeiron e l’inizio della storia che Vico porrà un’urna cineraria. […] Non si va da nessuna parte con le «testimonianze storiche» ci avverte Villa. Se vogliamo che «germogli intatto» lo spirito delle origini, è necessario andare oltre l’urna cineraria, a ritroso, risalendo la caduta, verso l’indistinto e il caos arcaico. L’uomo, ci ricorda Benjamin, è stato fatto di terra. Solo in seguito gli è stato “soffiato” il dono della lingua. Ed è proprio a quella terra che bisogna risalire. Si giunge fino all’urna cineraria, lì dove inizia l’ingens sylva, fino all’idioma primordiale, edenico. Ma, da lì in poi, per incamminarsi nella “terra” della quale siamo fatti, è necessaria una lingua nuova, preverbale. […]

(entrambi i testi si possono leggere nella loro versione integrale in

AA.VV. Paraboliche dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa)

Vedi indice

https://parabolichedellultimogiorno.wordpress.com/2014/01/29/paraboliche-dellultimo-giorno-indice/

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