Mese: aprile 2014

Per Emilio Villa – Eventi – Padova

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Letteratura Necessaria

Azione 52

Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa

 

Domenica 11 Maggio ore 21.00

Grind House Club

Via Longhin 53

PADOVA

con

Laura Liberale

Gerardo De Stefano

Giovanna Frene

Chiara Baldini

Jacopo Ninni

Mario Sboarina

Martina Campi

Francesca Del Moro

Enzo Campi

e con (in video)

Dome Bulfaro

 

 

 

« La grande domanda è quella che vuole conoscere come avviene il trapasso, nel caos dei dati giunti fino a noi, come una risacca, in un amalgama fonetico baluginante ma senza luce ferma e fisso riverbero, il trapasso, in diagonale, da mito a concezione cosmologica, da mito a teologia, da mito a leggenda, e da storia a mito o da mito a storia; o non forse trapasso mai, ma come si determina il flusso degli incroci e degli attriti: una peripezia di cicli, di parabole, di invenzioni, di aperture, di inclinazioni» (Emilio Villa)

 

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AA.VV. PARABOL(ICH)E DELL’ULTIMO GIORNO PER EMILIO VILLA

 

Dot.Com Press – Le Voci della Luna edizioni, 2013

 

antologia di prosa, poesia e saggistica a cura di Enzo Campi

 

contributi critici, operazioni verbovisive e scritti dedicati di

Daniele Bellomi, Dome Bulfaro, Giovanni Campi, Biagio Cepollaro,

Tiziana Cera Rosco, Andrea Cortellessa, Enrico De Lea, 

 Gerardo De Stefano, Marco Ercolani, Flavio Ermini

 Ivan Fassio, Rita R. Florit, Giovanna Frene, Gian Paolo Guerini

Gian Ruggero Manzoni, Francesco Marotta, Giorgio Moio, 

Silvia Molesini, Renata Morresi, Giulia Niccolai, Jacopo Ninni,

Michele Ortore, Fabio Pedone, Daniele Poletti, Davide Racca,

Daniele Ventre, Lello Voce, Giuseppe Zuccarino, Enzo Campi

 

Il volume comprende un’antologia di testi di Emilio Villa

 

*

 

Questo volume rappresenta il plusvalore cartaceo di un progetto ad ampio raggio, curato dal Collettivo “Letteratura Necessaria”, che intende ricordare e veicolare le opere di Emilio Villa attraverso una serie di iniziative che prenderanno vita e forma negli eventi realizzati dal vivo e nella divulgazione, in rete, di scritti, contributi critici e storiografici. Il progetto si è già consolidato dal vivo, nel 2013, con una serie di passi di avvicinamento, attraverso letture, recital e riflessione critiche. Da settembre in poi è stata realizzata una serie di eventi che hanno toccato le principali città italiane. Tra reading, performance, conferenze, videoproiezioni, seminari, installazioni, mostre, il progetto si svilupperà lungo tutto l’arco del 2014 (anno del centenario della nascita di Villa) e prevede il coinvolgimento, a vario titolo, di circa un centinaio di autori e artisti.

 

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Per Emilio Villa – Eventi – Venezia

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Letteratura Necessaria

 

Azione 51

Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa

 

Sabato 10 Maggio ore 19.00

Giudecca 795 Art Gallery

Fondamenta S. Biagio 795

VENEZIA

Organizzazione Julian Zhara, Gerardo De Stefano, Enzo Campi

con

Davide Racca

Gerardo De Stefano

Giovanna Frene

Jacopo Ninni

Mario Sboarina

Martina Campi

Francesca Del Moro

Gerardo De Stefano

Enzo Campi

e con (in video)

Dome Bulfaro

 

*

 

« La grande domanda è quella che vuole conoscere come avviene il trapasso, nel caos dei dati giunti fino a noi, come una risacca, in un amalgama fonetico baluginante ma senza luce ferma e fisso riverbero, il trapasso, in diagonale, da mito a concezione cosmologica, da mito a teologia, da mito a leggenda, e da storia a mito o da mito a storia; o non forse trapasso mai, ma come si determina il flusso degli incroci e degli attriti: una peripezia di cicli, di parabole, di invenzioni, di aperture, di inclinazioni» (Emilio Villa)

 

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AA.VV. PARABOL(ICH)E DELL’ULTIMO GIORNO PER EMILIO VILLA

 

Dot.Com Press – Le Voci della Luna edizioni, 2013

 

antologia di prosa, poesia e saggistica a cura di Enzo Campi

 

contributi critici, operazioni verbovisive e scritti dedicati di

Daniele Bellomi, Dome Bulfaro, Giovanni Campi, Biagio Cepollaro,

Tiziana Cera Rosco, Andrea Cortellessa, Enrico De Lea, 

 Gerardo De Stefano, Marco Ercolani, Flavio Ermini

 

Ivan Fassio, Rita R. Florit, Giovanna Frene, Gian Paolo Guerini

Gian Ruggero Manzoni, Francesco Marotta, Giorgio Moio, 

 Silvia Molesini, Renata Morresi, Giulia Niccolai, Jacopo Ninni,

Michele Ortore, Fabio Pedone, Daniele Poletti, Davide Racca,

Daniele Ventre, Lello Voce, Giuseppe Zuccarino, Enzo Campi

 

Il volume comprende un’antologia di testi di Emilio Villa

 

*

 

Questo volume rappresenta il plusvalore cartaceo di un progetto ad ampio raggio, curato dal Collettivo “Letteratura Necessaria”, che intende ricordare e veicolare le opere di Emilio Villa attraverso una serie di iniziative che prenderanno vita e forma negli eventi realizzati dal vivo e nella divulgazione, in rete, di scritti, contributi critici e storiografici. Il progetto si è già consolidato dal vivo, nel 2013, con una serie di passi di avvicinamento, attraverso letture, recital e riflessione critiche. Da settembre in poi è stata realizzata una serie di eventi che hanno toccato le principali città italiane. Tra reading, performance, conferenze, videoproiezioni, seminari, installazioni, mostre, il progetto si svilupperà lungo tutto l’arco del 2014 (anno del centenario della nascita di Villa) e prevede il coinvolgimento, a vario titolo, di circa un centinaio di autori e artisti.

 

I tempi dell’arte secondo Emilio Villa

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Giuseppe Zuccarino

 

 

I tempi dell’arte secondo Emilio Villa

 

 

[…] Quando parla di sacrificio, però, Villa non intende riferirsi ai riti delle varie religioni storiche antiche, che a suo avviso non hanno nulla a che vedere col modo di pensare e operare dell’uomo paleolitico: «Le condizioni magiche, mitiche o animistiche sono irreversibili: non possono cioè essere trasferite, revertite, nella condizione integrale del sacrificio preistorico, che non può essere inteso come “religioso”, né come magico, o mitico o animistico. Il sacrificio preistorico è, in un modo più organico, come substrato, semplicemente: “nutritorio” e “uccisorio”, con finalità chiuse nella propria vicenda di espressione e di simbolo» [1].

  Per l’uomo dei primordi, il sacrificio è energia, nutrimento, è un modo per ristabilire l’equilibrio. Si tratta dunque di un atto incentrato su se stesso, un atto iniziale e generativo: «Uccidere è l’esperienza assoluta del primo vivente; è il primum; uccidere, come ferire, entrare, penetrare, estrarre, sviscerare, espellere. Nelle testimonianze immaginarie attive dell’uomo, l’atto di uccidere appare legato agli impulsi primari della fecondità» [2]. Nel sacrificio, il ruolo dominante spetta senz’altro agli animali: «Oggetto e soggetto dell’atto dell’uccidere, o sacrificale, è la bestia: la bestia viene assunta, sotto l’impulso immaginario, in una sfera metamorfica […]. Per definirla ideologicamente, diciamo che è bestia-dio» [3]. Ciò spiega fra l’altro perché, nella sua ostinata ricerca di uno strato culturale che sia il più possibile originario, quando si trova impegnato a tradurre e commentare opere antiche Villa interpreti le divinità (siano esse mesopotamiche, greche o ebraiche) come strettamente connesse agli animali. Così, nella sua lettura dell’Odissea, egli vede profilarsi, attraverso i nomi o epiteti delle creature divine (ma la stessa cosa vale per gli eroi) altrettanti animali: in Atena la civetta, in Circe il falco di palude, in Era la vacca, in Apollo il topo; oppure, nel tradurre il Genesi, riconosce in Jahwè, come del resto nel dio babilonese Marduk, il toro [4].

  L’uomo primordiale si caratterizza dunque «come homo feriens (aspetto profondo dell’homo sapiens)», e sperimenta una «tentazione dinamica, puramente immaginaria, e nutrita di alti poteri equilibranti» [5]. Allo stesso bisogno risponde quell’altro aspetto della sua attività che, non senza una certa improprietà terminologica, definiamo artistico: «L’arte, come spiraglio, come spiraculum anzi, feritoia: l’arte che ferisce il mondo, il divino, che infligge la piaga solenne nel corpo del mondo: l’arte come strumento sacrificale» [6]. Anche se l’atto compiuto e l’atto simbolizzato non sono del tutto sovrapponibili, esiste fra loro una continuità: dato che la ferita praticata sul corpo della vittima reale va intesa come un segno, non può sorprendere il fatto che, quando si passa all’arte, tale segno venga prodotto fisicamente sulle effigi degli animali raffigurati (tramite il lancio contro di esse, sulla parete di roccia, di oggetti appuntiti) oppure evocato come immagine, all’interno della scena dipinta o incisa, sotto forma di frecce che colpiscono gli animali. «Dal taglio all’intacco, dall’incisione al graffito, dalla traccia di punta alla traccia colorata, il simbolo si sostiene e progredisce di intensità, proprio in ragione dell’affievolirsi dell’analogia realistica, e dell’intensificarsi della sensibilità concezionale dell’uomo: la lacerazione del ventre dell’animale scolpito con taglio profondo porta ancora il ricordo della violenza attiva sul corpo dell’animale vero; mentre la traccia dipinta è simbolo puramente concettuato del segno originario, ed è violenza contenuta, ma mentale in senso più fluido» [7] […]

NOTE

[1] E. Villa, L’arte dell’uomo primordiale, op.cit.

[2] Ibid. p. 13.

[3] Ibid. p. 16.

[4] Ibid. pp. 19-20.

[5] Ibid. p. 23.

[6] Ibid. p. 26.

[7] Cfr. E. Villa, Nota del traduttore, in Omero, Odissea, Milano, Feltrinelli, 1972, pp. 350-351 (Atena, Circe, Era, Apollo) e p. 365 (Marduk); E. Villa, [Sulla traduzione del Genesi], in AA. VV., Emilio Villa poeta e scrittore, Milano, Mazzotta, 2008, p. 35 (Jahwè).

 

(il saggio completo è contenuto in

AA.VV. Paraboliche dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa)

 

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Il volume può essere acquistato via email

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Per Emilio Villa – Eventi – Monza

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Giovedì 5 dicembre alle ore 21
GALLERIA VILLA CONTEMPORANEA
Via Bergamo 20, MONZA

Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa

con
Jacopo Ninni, Daniele Bellomi,
Dome Bulfaro, Paola Turroni, Enzo Campi

Evento realizzato da
Galleria Villa Contemporanea, PoesiaPresente,
Letteratura Necessaria

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ob tenebræ luminescienti

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en latrat aboyé, A infrason breuvé
en faim et en soif dégorge de l’A byrinthe
issu bobine l’A voix byrille
qui lappe l’O lascif
en fines scènes de Lèvres les l’ivres
livrées sur l’A raignée
du Mime qui règne Sublime, Béné;
du Mime qu’un Monde anime et éreinte!
les mots hâlés      rosier
en jeux d’échecs               ruisseaux
en jeux d’éclats     rugeux
en despote chaque grain de ton bûcher!
les mots allés       à rigolade
en jeu d’échéances et regret
les mots en chagrins poinçon
les maux en échanges chas grins
les maux hélés par A bol
en jeu d’essence
je d’incences, insens jeu d’inceste des croyances détériorées
bien béné bien née parabole
folle voix écrite martyrisée sur l’écran
rompu de terre rie eau rhée à passerelle

(Emilio Villa, da Letania per Carmelo Bene,
Scheiwiller, 1996; ora in
AA.VV. Paraboliche dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa)

 

*

 

Giovanni Campi

 

 

ob tenebræ luminescienti

 

Ô  –  en fin: l’art au de là de l’au delà de l’audelà

la lettre de l’être, ou du non-être  dû ,  me già  me, c’est:  una defúncta funtióne dalla phonè desuncta, quasi ’n dispendj  –  oso usar sé, forse, qual defuntofono,  a comunicar scomuniche? a scomunicar comuni che comuni non son mai stati? comuni che comuni non son son, mais jamais, stati? né siamo, né son siamo  stati, comment dire, mai nati?

en lieu du lieu, comun’e non comune, qu’est-ce qu’il y a?

en lieu de dieu, qui? chi, chi osa chiosa a ciò ché sia, o forse? voilàvoici,              voi là  voi qui? et la voix, elle là? elle est là? (l’ellettera, detta l’illetterata,             men che ecolallando ’mpetra & ’ncrypta verbosi, usi verbi)  pas personne, oui, pas personne ici

nessuno, già, nessuno là

(iterato reiterato & stratospherico à la manière de) pas pas, pas personne, paspas pas personne paspas, pas personne paspas, paspas pas per, paspas pas per son né paspas, paspas né né paspas (et cetera, et cetera)

(blablaterato) paspas non per son, n’est pas? e [neanch’i’ se:] quale padre prima dei padri? quale dio prima degli dèi?  e quale, la granmadre, cosí che fosse    quella che pur esser dee o dovrebbe? non però la marmorea  – rea poi di che?, –  e che contra dei d’armi m’armi, non però la statuaria statua, che muta muti, fors’allora quella che nonnutrica & divora? e dunque: qu’est-ce que c’est cotesto maremagno, che mitinqujeti libera, che mi ti ’nqujeti possiede?

quale vita prima dell’avita vita,  quale morte dopo la morte? le remote & future, present’a ché? forse una memoria profetica d’oblío, la vita, che s’inregistra, che s’incataloga, e la morte altrettale: non c’è forse un registro per, che divide? non c’è forse un catalogos, ove la presenza s’assenti & ’nabissi, e con essa ogni logos?  che catacombino pur i purimpuri, angel’o dèmoni che siano, cotesti psicopompi dei conscj ’nconscj, e che s’insigilli ogni bon mot in ænigmatico speculo jerophonico

[…]

 

 

 

(il testo completo è contenuto in

AA.VV. Paraboliche dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa)

 

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Dare ordine al Kaos

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Gian Ruggero Manzoni

 

 

Dare ordine al Kaos

 

 

 

 

[…] Uomo che procedeva liberamente in base a ciò in cui credeva, che amava, che reputava “alto”, Emilio si mantenne sempre estraneo ai meccanismi che regolano il sistema “ufficiale” letterario o artistico e il mondo della grossa editoria, non a caso la sua poesia è stata spesso ignorata da una certa critica (lui diceva: “I critici sono merda”), anche perché Emilio faceva uscire i suoi testi in tirature di poche copie, in libri d’arte, in cataloghi di amici artisti, in plaquettes, in riviste semiclandestine, realizzando, in piena coscienza, una sorta di massima dispersione del suo fare (a quei tempi era uno dei tanti modi di rifiutare, volontariamente, quindi idelogicamente, certi potentati o giochi di potere e certe vanesie storicizzazioni di alcuni autori ancora in vita).

Il sempre bravo Aldo Tagliaferri, il maggior studioso e conoscitore dell’opera di Emilio Villa, lo ha spesso definito come “la massima espressione della vocazione neoalessandrina della nostra epoca”, perciò letterato rivolto a un modo di creare teso alla coesistenza di esperienze provenienti da culture più disparate, ma pur tutte rivolte allo scavo in un passato remotissimo, in quel mistero che sta alla base di ogni linguaggio e che ha visto prove simili in Artaud, in Breton, in Pound, in Joyce, in una certa Beat Generation, in Brion Gysin, in un continuo processo di associazioni e dissociazioni che parte dalle Parole in Libertà futuriste e dal linguaggio transmentale – zaum’ – di Velemir Chlebnikov, Aleksej Kručenych e Iliazd, per approdare alle composizioni Dada o New Dada in cui l’esperimento linguistico si fa atto estetico: perciò l’aenigma (l’enigma) e il mystérion (il mistero) quali punti di partenza e di arrivo (del resto Villa sosteneva che: “Se la parola è dono divino, ecco che l’enigma è posto dal dio all’uomo in un cortocircuito semantico”).

Quindi, in lui, non altro che un’indagine persistente e circolare sul nostro Essere (umano/umani), sul nostro divenire, sul nostro evolverci tramite il linguaggio, la lingua, la parola… quella componente eterea, ma concreta assieme, che dà forma al concetto, alla ratio, a volte superando la ragione stessa, per approdare in quell’altrove, dalla mente ancora tutto da scoprire, in quel “potere divino” da cui tutto scaturisce e in cui tutto trova fine; infatti questo movimento a ritroso, quest’immersione diretta nell’archeologia dell’espressione, rappresenta indubbiamente una delle linee di forza della poetica villiana, una poetica per cui (a volerla compendiare con l’ausilio di una formula di Karl Kraus) “l’origine è la meta”. E per comprendere meglio la sua idea del rapporto tra il divino e l’umano, giova rifarsi agli estratti dell’incompiuto saggio L’arte dell’uomo primordiale, stesi verso il 1965, ove il sacrificio, il sacrum facere, l’uccisione della vittima, è considerato atto nutritivo divinizzante, ma, al contempo, immanente, senza trascendenza; per cui l’azione violenta è positivamente naturale e il segno-incisione-ferita è simbolo di trasfusione di energie vitali. […]

 

(il saggio completo è contenuto in

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La me ga scrito (III) come “te va ga dito”?

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Emilio Villa

La  me  ga  scrito  (III)

un’idea così, un’ideina, un’idea di sesso lì per lì, quasi di straforo
di pene in meglio ci piace ciciarare eccetera
con la voglia di gremirci dentro dentro
se la ci puzza molti anni addietro
nei minuti meno lunghi
ho sempre lassiato che tu dicessi: ‘errore,
errore di sbaglio, non uso ormai più, più, basta,
ecco, son guasta, così, è sacro, è una
enorme fatica, senza sicurezza, con colpa
che ti sbatte addosso l’altro, se ci mette l’occhio,
se c’infila dentro il dito, il naso, lo recchio,
chiamando, chiamando, revocando, perché
che cosa evochi, diglielo diglielo, lo scrivo
sul quadernetto, con foga di dirglielo,
e per cappire per soddisfare la colpa, per
tagliare la polpa, così scrivo, prima che
lui rincasi distaccato dalle sue voglie,
stravaccato nella sua adolescenza, frugando
di sotto, grattando, eheh, uhuh
e ce l’ha là al ragù, al sugo de mussa
ti sorprendo a salvaguardarti
e a tagliare a pezzi la formicola
ma se mi tira la gandula,
va là gandula!
e, di sporco, che boiate
che dici, che ci dicci dunque, dicci
come ipotesi
stralunante, e
vagga, va, vacca,
vava a la banca,
col danaro in coscia,
de coscia, e aspira
il macubà, tabacco
d’isportazione, ispirato
nell’albero natio!
nell’albergo natio!
casta fogna!

[…]

l’emoglobina l’elettrochoc
ma métteteci una pacetta santa
ch’io mi sento quanto meno
quanto più in perfetto disordine
eh!
che dose e quale,
e quante dose
me ne dai,
me ne darai,
nunc et in hora,
ora, sbora sbora,
che dose, quale, quanta di dose
e colei che si dovrà fermare
e che il suo periodo ritorna con fatica, a stento
e molto disinteressarsi del destino venereo
così lungo
che da qui e là
cià tempo di cambiare tempo
e di fare i sub tempi
della indigestione ultima, perenne
e ti scrivono tutte le isole
sulla superepidermide
a sudar nelle balle lustre d’amor
a andar su tutte le fotte
a fotte a fotte su tutte le furie
anamechanical suspensory
chi sa afferrare il Dubbio?
galvanizzare il cazzo dabbolo
trotrop decomplex dracines
tratra
truantrop
antrop
Deus Caleçon
Deuslip
est un Patron Facile
Deus Soutien-Gorge
Deus Jarrettelle
est un Patron Facile

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 Dome Bulfaro 

Oratura di Emilio Villa.

Ovvero La me ga scrito (III) come “te va ga dito”?

 

L’andamento poematico, composto da 278 versi, si apre minimizzando la ragione demiurgica di questo testo, con un minuscolo “nulla di che” in un italiano prosaico «un’idea così, un’ideina, un’idea di sesso lì per lì, quasi di straforo», un italiano che a Milano si adotta tanto per “ciaciarare eccetera”. Si sviluppa con un lungo godurioso excursus che scarliga tra senso e nonsense della parola come tra divagazione e peregrinazione nel verbum che si fa e disfa in un corpus tanto personale da essere universale. Si conclude con uno spogliarello latin-francese che sancisce la mitizzazione di un assoluto “nulla di fatto” della parola stessa, dove il termine latino “Deus”, impiegato nella chiusa in forma di anafora liturgica, eleva a stato di divinità maiuscole i capi (“Patron”) d’abbigliamento nominati in francese. Questa spoliazione “Facile” degli indumenti «Nunc et in hora, / ora, sbora sbora,» inscena la celebrazione dell’avvenuta notte di nozze degli opposti: del basso con l’alto, del sacro col profano… «Deus Jupe / Deus Caleçon / Deuslip / est un Patron Facile / Deus Soutien-Gorge / Deus Jarrettelle / est un Patron Facile».

[…]

Partiamo dal sapere che, – Carmelo Bene a parte – un’oratura è significativa, in quanto traduzione orale di una scrittura interpretata ad alta voce, laddove si fa messaggera pregnante di una verità per mezzo della voce, nella consapevolezza che all’interno di una scala tautologica, la voce sia un gradiente del messaggio. Il problema sta nell’individuare quale verità pregnante servire e con quale voce inverare ogni singolo verso. La me ga scrito (III) è un testo che pretende una resa incondizionata e chiarisce fin dalla prima lettura che qualsiasi sia la caratura dell’interpretazione (persino se fosse di Carmelo Bene, non me ne voglia Villa), si dovrà contemplare un parziale se non totale fallimento. Il compimento del fallimento, qui inteso come nota di merito, è scritto nel DNA dei testi di Emilio Villa i quali si presentano ad una prima impressione come dedali di n possibilità di x possibilità interpretative dove semantica, fonetica e iconografia della parola si rimandano come in un gioco di specchi riflessi in altri specchi: “Al di là dell’anima ogni cosa è specchio” (Villa). Ad una seconda lettura il dedalo cede il passo ad uno scenario non più caleidoscopico ma labirintico. Nel labirinto, dove è possibile solo andare avanti o retrocedere,ogni cosa raddoppia o si spezza: il caos primordiale si misura con lo sforzo di ordinarlo – in questo caso tramite la parola – in una cosmogonia.

[…]

Il tentativo di smontare in pezzi La me ga scrito (III) per “cappire” come funziona il congegno produce come primo unico risultato la propria scomposta disintegrazione in mille pezzi. È come voler comprendere la litania centrifuga di una lavatrice dallo studio meccanico di ogni suo componente. La parola è continuamente sollecitata da Emilio Villa a mostrare per solecismi la propria originarietà e ri-Genesi, attraverso un processo di negazione della grammatica, della sintassi, della codificazione linguistica e della retorica, conformi all’ordinario, alla norma che standardizza e usura il Verbo.

L’opera villiana anche laddove adotta una scrittura non visuale, azzera gli steccati classici della poesia. Il valore iconico, fonetico e semantico della parola viene commutato, fino al loro triplice esaurimento ed esautoramento, in simbolo gestante. Il disorientamento che si prova scaturisce da un lato dall’approccio sinestetico che il testo richiede: trattasi di scrittura/pittura d’azione da leggere con le orecchie, da guardare con la lingua, da ascoltata con gli occhi. Dall’altra perché calamita, “frana” l’ascoltatore verso le calamità a cui è sottoposta la parola, paralizzando prima di tutto il suo ruolo di hub semantico. Villa per dirla con Arrigo Lora Totino «è sempre disponibile a svincolare l’eufonia dal significato» così come è sempre disponibile a svincolare l’eufonia e il significato dal significante della parola, come testimonia la sua produzione di poesia visiva. Il discorso villiano essendo intraverbale, extraverbale, subverbale, metaverbale genera un’autocoscienza stratificata proprio in virtù del suo processo di viaggio verso il grado zero.

 

 

(entrambi i testi si possono leggere nella loro versione integrale in

AA.VV. Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa)

 

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ubi consistam

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Enzo Campi

 

ubi consistam (per Emilio Villa)

 

 

si
sfibra il
languore
e mi prudono le
nari una
goccia illividita 
toni-
fica il
biancume ri-
disegnando la
linea che
dispare impari
nell’
inaudita chora ove
transita il de-
corso temporale
degli scrigni
allucinati in
chiave di
violino
 
nel
mano-
scritto
illeggibile e
convulso
discorgo la
consonanza in
peto e feto
raccordando il
periplo all’
ototelia dell’
ingordo pasto a
cui mi con-
segno
inseguendo il
sumerico livore d’
un cuneo
difforme che
insanguina di
pece il
foglio ingiallito

tra
i formati
equidisgiunti
lungo linee
aggroviglianti
esplode il
tratto disunito
di soma al
sema reso e s’
ammassano
orpelli nel
coacervo
nidificato e
detto mai una
volta smarrito e
illontanato dal
loco declinante
ove siamo e
stiamo

si
definì così
scheletro gioioso e
animato per
spiraleggiare in
lungo e
largo la
linea curva
incisa ferro a
ferro per
disapprendere la
fola dell’
eterno di-
venire cosa
causa e
principio

si
finì così
rendendo-
si all’
insieme
genuflesso dei
fonemi tracotanti
esposti in
bella posa nell’
ovo circonflesso
come piega
rifratta dell’
eco alterninterna all’
ego me
ausculto e al
bisogno
assolvo

si
sfinì così
dato a
sognare
come piaga
irrisolta dell’
ecce e
sei e
fosti tanto sì ma
assiso sul
sacro trespolo
ove si
raggomitola
ancora l’
istanza al
sempre altro
morire e
morirsi

 

(scritta di getto nel 2008,  all’uscita della mostra antologica su Emilio Villa, curata da Claudio Parmiggiani a Reggio Emilia)

 

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ab ovo (ipotesi solenne)

OVO 1A
Ipotesi solenne è se
 
se con la lingua dei vangeli semitici il vento lecca
i cardini gli stipiti e nelle filiture
le uova della polvere disseppellisce e una secca
luce e le semenze scure nelle crepe qua e là
e dappertutto

[…]

 

OVO 2 A BIS

[…]

coro della percezione, la parabola che
che procede immutata dalla curva; poi il frutto
che scende dall’idea che; e spazio da spazio,
come l’erto transito distende d’un battito solo
il passero sbiancato dagli aerei cicli,

come l’erto uovo
che su dove e su
e nelle parti delle parti
in partibus infidelium,

e su dove
per la materna anatomia, tra le carti-
lagini serpeggia e per i fragili arti
del chiasmo la nuda
incertezza, i guizzi,
il trauma e sulle scorie gelide il lume sentito,
quello nero
quello del moto, quello
dell’attimo e la follia

[…]

 

(Emilio Villa, da Contenuto figurativo, in id. E ma dopo, Ed. D’Argo, Roma, 1950)

 

*

 

(Le immagini dei due OVI sono opere grafo-pittoriche di Enzo Campi)