Biagio Cepollaro – Per Emilio Villa

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Biagio Cepollaro

 

 

Per Emilio Villa (estratti)

 

 

Pare che Altri Termini e Tam Tam fossero le due riviste più importanti in Italia a proseguire la ricerca sperimentale degli anni Sessanta, in un periodo che era già dominato dalla reazione neoromantica e neoclassica all’uscita dei Novissimi. Nell’ambiente di Altri termini i contatti con Spatola, Costa, Vicinelli, Niccolai, erano frequenti. Attraverso questi poeti circolava già la storia e la leggenda di questo poeta straordinario che aveva rifiutato tutti gli aspetti narcisistici e superficiali della poesia italiana per ritrarsi volontariamente e testimoniare questa sua fede nella poesia e nell’arte. E tutto questo a fronte di poeti che erano diventati già piccoli baroni universitari o giornalisti di successo. L’alternativa rappresentata da Villa era per noi prima esistenziale ed etica e poi letteraria. Mi piaceva insomma questa figura di Emilio Villa ancor prima di averne letto una sola pagina. […]

Villa aveva provato forse a tornare alla confusione originaria per individuare l’archetipo iniziale, il punto da cui tutto prese le mosse  come la preistorica venere, la contaminazione della seconda metà degli anni Ottanta anticipava lo scenario della perdita delle identità a cui almeno quattro secoli di storia moderna ci avevano abituati. Erano in gioco le letterature nazionali e la differenza tra la lingua del centro e la lingua della periferia, era in questione l’azzeramento dello spazio di cui parlava il dromologo Paul Virilio. La fine, per così dire, si ricongiungeva come nella figura dell’uroboro, con l’inizio. Eppure il realismo come punto di arrivo delle sperimentazioni linguistiche restava. Realismo inteso come il desiderio di affidare alla scrittura il compito di sondare una qualche verità che solo la scrittura letteraria o l’arte avrebbero potuto restituire e indicare. Ecco: forse il primitivo e l’originario erano dimensioni più accessibili direttamente all’arte e alla poesia, per via archetipica… O mitica. […]

Era estraneo sia ad una forma di classicità imperante che ai canoni della neoavanguardia che stavano per essere proposti. Tra gli epigoni dell’ermetismo da una parte e i fenomenologi e i marxisti dall’altra: non c’era spazio probabilmente per il suo pensiero che era diverso radicalmente. Quando lo Strutturalismo veniva sbandierato per farla finita con tutti i misticismi e gli impressionismi, Villa indagava con i mezzi dell’intuizione linguistica a ritroso le dimensioni umane e ciò avveniva anche attraverso la comprensione-digestione-restituzione delle opere di Burri che non avevano equivalente nell’ingessato mondo letterario italiano, sia tradizionalista che antitradizionalista: si trattava semplicemente di un’altra energia, ancor prima che di un’altra idea… […]

Si potrebbero mettere a confronto Villa e Sanguineti su di un piano come quello della dimensione orale. Mentre in Sanguineti l’insistenza fonosimbolica, per così dire, ha la funzione soprattutto di produrre dei giochi di parole, dei calembour, con una forte ironia e quindi desublimazione dei materiali su cui lavora, nel caso di Emilio Villa la dimensione orale ha la funzione di accorpare, aggregare, agglutinare in un accumulo elementi eterogenei. Ma questa aggregazione finisce con il presentare la realtà nella sua densità, nella sua complessità… Quindi lo stesso elemento, la stessa importanza data alla dimensione orale, in Sanguineti finiscono con il sortire un effetto tutto sommato ludico e talvolta virtuoso, mentre invece in Villa hanno una funzione conoscitiva: è il mondo, è la realtà che viene esplorata attraverso questo modo di far funzionare la vicinanza sonora tra le parole. […]

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(il saggio completo è contenuto in

AA.VV. Paraboliche dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa)

 

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