Dare ordine al Kaos

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Gian Ruggero Manzoni

 

 

Dare ordine al Kaos

 

 

 

 

[…] Uomo che procedeva liberamente in base a ciò in cui credeva, che amava, che reputava “alto”, Emilio si mantenne sempre estraneo ai meccanismi che regolano il sistema “ufficiale” letterario o artistico e il mondo della grossa editoria, non a caso la sua poesia è stata spesso ignorata da una certa critica (lui diceva: “I critici sono merda”), anche perché Emilio faceva uscire i suoi testi in tirature di poche copie, in libri d’arte, in cataloghi di amici artisti, in plaquettes, in riviste semiclandestine, realizzando, in piena coscienza, una sorta di massima dispersione del suo fare (a quei tempi era uno dei tanti modi di rifiutare, volontariamente, quindi idelogicamente, certi potentati o giochi di potere e certe vanesie storicizzazioni di alcuni autori ancora in vita).

Il sempre bravo Aldo Tagliaferri, il maggior studioso e conoscitore dell’opera di Emilio Villa, lo ha spesso definito come “la massima espressione della vocazione neoalessandrina della nostra epoca”, perciò letterato rivolto a un modo di creare teso alla coesistenza di esperienze provenienti da culture più disparate, ma pur tutte rivolte allo scavo in un passato remotissimo, in quel mistero che sta alla base di ogni linguaggio e che ha visto prove simili in Artaud, in Breton, in Pound, in Joyce, in una certa Beat Generation, in Brion Gysin, in un continuo processo di associazioni e dissociazioni che parte dalle Parole in Libertà futuriste e dal linguaggio transmentale – zaum’ – di Velemir Chlebnikov, Aleksej Kručenych e Iliazd, per approdare alle composizioni Dada o New Dada in cui l’esperimento linguistico si fa atto estetico: perciò l’aenigma (l’enigma) e il mystérion (il mistero) quali punti di partenza e di arrivo (del resto Villa sosteneva che: “Se la parola è dono divino, ecco che l’enigma è posto dal dio all’uomo in un cortocircuito semantico”).

Quindi, in lui, non altro che un’indagine persistente e circolare sul nostro Essere (umano/umani), sul nostro divenire, sul nostro evolverci tramite il linguaggio, la lingua, la parola… quella componente eterea, ma concreta assieme, che dà forma al concetto, alla ratio, a volte superando la ragione stessa, per approdare in quell’altrove, dalla mente ancora tutto da scoprire, in quel “potere divino” da cui tutto scaturisce e in cui tutto trova fine; infatti questo movimento a ritroso, quest’immersione diretta nell’archeologia dell’espressione, rappresenta indubbiamente una delle linee di forza della poetica villiana, una poetica per cui (a volerla compendiare con l’ausilio di una formula di Karl Kraus) “l’origine è la meta”. E per comprendere meglio la sua idea del rapporto tra il divino e l’umano, giova rifarsi agli estratti dell’incompiuto saggio L’arte dell’uomo primordiale, stesi verso il 1965, ove il sacrificio, il sacrum facere, l’uccisione della vittima, è considerato atto nutritivo divinizzante, ma, al contempo, immanente, senza trascendenza; per cui l’azione violenta è positivamente naturale e il segno-incisione-ferita è simbolo di trasfusione di energie vitali. […]

 

(il saggio completo è contenuto in

AA.VV. Paraboliche dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa)

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