I tempi dell’arte secondo Emilio Villa

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Giuseppe Zuccarino

 

 

I tempi dell’arte secondo Emilio Villa

 

 

[…] Quando parla di sacrificio, però, Villa non intende riferirsi ai riti delle varie religioni storiche antiche, che a suo avviso non hanno nulla a che vedere col modo di pensare e operare dell’uomo paleolitico: «Le condizioni magiche, mitiche o animistiche sono irreversibili: non possono cioè essere trasferite, revertite, nella condizione integrale del sacrificio preistorico, che non può essere inteso come “religioso”, né come magico, o mitico o animistico. Il sacrificio preistorico è, in un modo più organico, come substrato, semplicemente: “nutritorio” e “uccisorio”, con finalità chiuse nella propria vicenda di espressione e di simbolo» [1].

  Per l’uomo dei primordi, il sacrificio è energia, nutrimento, è un modo per ristabilire l’equilibrio. Si tratta dunque di un atto incentrato su se stesso, un atto iniziale e generativo: «Uccidere è l’esperienza assoluta del primo vivente; è il primum; uccidere, come ferire, entrare, penetrare, estrarre, sviscerare, espellere. Nelle testimonianze immaginarie attive dell’uomo, l’atto di uccidere appare legato agli impulsi primari della fecondità» [2]. Nel sacrificio, il ruolo dominante spetta senz’altro agli animali: «Oggetto e soggetto dell’atto dell’uccidere, o sacrificale, è la bestia: la bestia viene assunta, sotto l’impulso immaginario, in una sfera metamorfica […]. Per definirla ideologicamente, diciamo che è bestia-dio» [3]. Ciò spiega fra l’altro perché, nella sua ostinata ricerca di uno strato culturale che sia il più possibile originario, quando si trova impegnato a tradurre e commentare opere antiche Villa interpreti le divinità (siano esse mesopotamiche, greche o ebraiche) come strettamente connesse agli animali. Così, nella sua lettura dell’Odissea, egli vede profilarsi, attraverso i nomi o epiteti delle creature divine (ma la stessa cosa vale per gli eroi) altrettanti animali: in Atena la civetta, in Circe il falco di palude, in Era la vacca, in Apollo il topo; oppure, nel tradurre il Genesi, riconosce in Jahwè, come del resto nel dio babilonese Marduk, il toro [4].

  L’uomo primordiale si caratterizza dunque «come homo feriens (aspetto profondo dell’homo sapiens)», e sperimenta una «tentazione dinamica, puramente immaginaria, e nutrita di alti poteri equilibranti» [5]. Allo stesso bisogno risponde quell’altro aspetto della sua attività che, non senza una certa improprietà terminologica, definiamo artistico: «L’arte, come spiraglio, come spiraculum anzi, feritoia: l’arte che ferisce il mondo, il divino, che infligge la piaga solenne nel corpo del mondo: l’arte come strumento sacrificale» [6]. Anche se l’atto compiuto e l’atto simbolizzato non sono del tutto sovrapponibili, esiste fra loro una continuità: dato che la ferita praticata sul corpo della vittima reale va intesa come un segno, non può sorprendere il fatto che, quando si passa all’arte, tale segno venga prodotto fisicamente sulle effigi degli animali raffigurati (tramite il lancio contro di esse, sulla parete di roccia, di oggetti appuntiti) oppure evocato come immagine, all’interno della scena dipinta o incisa, sotto forma di frecce che colpiscono gli animali. «Dal taglio all’intacco, dall’incisione al graffito, dalla traccia di punta alla traccia colorata, il simbolo si sostiene e progredisce di intensità, proprio in ragione dell’affievolirsi dell’analogia realistica, e dell’intensificarsi della sensibilità concezionale dell’uomo: la lacerazione del ventre dell’animale scolpito con taglio profondo porta ancora il ricordo della violenza attiva sul corpo dell’animale vero; mentre la traccia dipinta è simbolo puramente concettuato del segno originario, ed è violenza contenuta, ma mentale in senso più fluido» [7] […]

NOTE

[1] E. Villa, L’arte dell’uomo primordiale, op.cit.

[2] Ibid. p. 13.

[3] Ibid. p. 16.

[4] Ibid. pp. 19-20.

[5] Ibid. p. 23.

[6] Ibid. p. 26.

[7] Cfr. E. Villa, Nota del traduttore, in Omero, Odissea, Milano, Feltrinelli, 1972, pp. 350-351 (Atena, Circe, Era, Apollo) e p. 365 (Marduk); E. Villa, [Sulla traduzione del Genesi], in AA. VV., Emilio Villa poeta e scrittore, Milano, Mazzotta, 2008, p. 35 (Jahwè).

 

(il saggio completo è contenuto in

AA.VV. Paraboliche dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa)

 

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