Mese: luglio 2014

geolatrica / gran sangue della terra

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Emilio Villa

 

Geolatrica

 

 

Beh, mo’ te dico, tibi, sabula, dicam.

Ho inserito l’alluce e l’unghia relativa

nel pieno dell’argilla

per cercarne i grani

per i differenti casi

che si sollevano

dai cieli serrati

per le varie categorie di anime

 

la sua crescita, il suo

ingrossamento, è dovuta

a ciò che soltanto spira

semplicemente spira

tra pollice in aria e alluce

in terra

non ci siamo mai consociati

io corpo, tu terra

se non in maniere diverse

in rami diversi e secondari

di implacabile necessità

di conoscenza, di urgenza filogenetica

 

la morte in fondo

all’argilla

non sarà allora

che un tenue

compiacimento

concentrica consunzione

di eteree carogne

di esangui consensi

di digestioni esterrefatte

 

tutto rimane nel

non-tremendo

e nelle sue rose corrose

di ventilazioni, di psicologemi

di contorti

logos sessuati: di

miraggi presunti che

chiamano dall’ultrainfinito

finito nelle sue fredde

faglie, in sazia cecità di

percorsi e tane.

 

 

(In Emilio Villa, Zodiaco, Empirìa, Roma, 2000.

Ora in Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa

Dot.com Press, Le Voci della Luna edizioni, Milano – Sasso Marconi, 2013)

 

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Ivan Fassio

 

 

Gran Sangue della Terra

 

 

 

Speravamo fosse quieto ritorno a raccolta: detto, motto e frase fatta, ma ben compresa, lasciata cadere dalle braccia, come d’estate, al caldo.

Escrescenze metalliche – o lamine organiche arancio e smeraldo – erano consistenze di astio, gocce d’ardore, mosti di corruzione. Viviamo ora l’orrore, il conclamato tumore: la lucidità dello sbaglio tremendo, del futuro avvenuto!

Perché già ricomprammo letteratura, perché più l’avventura non ci appartenne, perché tristi fummo, soli e impauriti, prima d’intenderci… Per offrire un sorso di pace: dal pozzo alla fronte, dal credo al sudore: contadini sagaci che vivono e crepano, insieme, di tara e coraggio, di natura del vizio, della stortura.

Dopo minacce contro gli umori, l’era dell’urlo scoccava e la storia si segnava, placida o ignara, talvolta. Il cuore era in guerra: di voglie il barile raschiato imitava un buon vento. Alla nazione bastarda, meticcia, un augurio di morte, il bacio del traditore: presa al costato, impiccata ai capelli, donna affogata. Il mostro che ne rubò la voce e il talento era di mille sirene l’amante. Cessò in un istante, di vita insensata, nell’ossuta trama del canto. Era degno furore, prima d’andarsene: pegno d’onore, maestro di croce, cretino di corte. Ferito d’orgoglio, ai piedi del tempio, portava Grecìa in Galilea. Il trullo d’Alberobello svettava sul Golgota, all’ombra dei cedri, disabitato.

Un popolo estinto, dall’alto miracolo, emanava tarde notizie di resa. Chi ne gettava le ceneri in spiaggia era, intanto, meno del manto – diviso a metà – del Giotto di San Martino. Il bagnasciuga, per tanta indecenza, respirava vergogna.

In tempi distanti, il sarto s’ammalò del mattone, nelle vampe della carenza. Una saldatura di crepa, per guarigione, sigillò l’afa e risanò il clima dell’araba valle, a monte di olimpiche nascite, di croniche fondazioni. Sui gradini del terremoto, l’esperimento chirurgico compì l’estinzione del vuoto, levando l’assenza dai fondi del pieno: il cretto di Gibellina. Le tele raccolsero, allora, il travaso di regioni rivolte, interne ed esterne, scosse e riconsumate. Per radiografia, versamenti schiusi in suture seguirono ai negativi le bruciature, a guisa d’etimologia di pittura.

Riguardo al momento che discutevamo: nell’araldico modello di frase, scandito e potente, orale e scavato, nessuno, o quasi, si riconosceva. A novembre raccogliere i grappoli acerbi, brinati sui ragni da galaverna, lo diceva un poeta indecente, sedotto da una mistica ingrata. Dai versanti del Monferrato, si scriveva morire per ricordare, parlare per credere, provare per dare. Sull’orlo della fine, si cuciva per plagio una verde ferita – di rami innestati, di foglie sul male. Mentivamo a noi stessi!

Ora, nessuno decide se restare nel limbo, a campare in fessure, o scassare le porte e scappare. Per il seminario dell’educazione è la lotta dell’allergia, per il fardello dell’idioma è la fuga dall’apatia: la soluzione! Tutto si mostra senza cervello: dalle fauci di macchina, dallo stadio di stato, dalla messa di scena, l’ultimo nervo si svincola a malapena, imbelle. Per tenere in piedi una frase che sappia d’autentico, mai useremo un tipo di lingua che più non si articoli, rinnovata da barbari accenti e clandestini fermenti, accecata ed estatica, antica nel suono a battesimo della struttura: come le lettere scritte dell’alfabeto, come il respiro enigmatico: punteggiatura.

(in Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa

Dot.com Press, Le Voci della Luna edizioni, Milano – Sasso Marconi, 2013)

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Marco Ercolani

 

 

 

EX

 

 

(un apocrifo per Emilio Villa)

 

 

 

Non mi sono mai fatto spedire quel quadro di Rothko, l’ho lasciata laggiù, quella macchia scarlatta e potente! mi chiama ancora, quel matto di gallerista, ma come posso rispondere? Ieri a gettare colate di parole sul muro del foglio, in francese, accadico, semitico, lombardo, e oggi non posso nemmeno dire u, sono afasico, Villa afasico!!, che nemesi del cazzo, non serviva nessuna nemesi per un caso come il mio, lo ero anche prima, afasico, visto che nessuno ascoltava la mia rovinosa, incandescente frana di parole – come mi chiamava Duchamp? Villa-drome – ma  adesso non mi muovo più, non faccio niente, sto sepolto nelle mie rune, a dialogare con la mia mente, a scrivermi nei lobi del cervello, a spremere dentro di me l’origine dei mondi, l’arcaico seme ancestrale (ma perché non ho mai giocato al posto di Meazza?, sempre riserva, dannazione!), sarebbe stato bello buttarsi nei campi, scoprire cifre, segni, alfabeti a pelo d’erba, a un passo dalla rete, fuggire e fuggire e non cercare rovine vulcaniche, ora l’origine me la vivo nel crogiuolo della mente, non posso più sprecarmi, sono chiuso a chiave nelle mie porte tebaiche, litania nella litania, scrittura cuneiforme di questo corpo che si ostina a respirare, io, riserva delle riserve, informe tesoro di scartafacci e scarabocchi, roba da saccheggiare senza chiedere il permesso – ma quale roba? una marmellata di petali di rose? un papiro egiziano? un arrosto fumante? una coda alla vaccinara? Le pietre mi parlano ancora, i sassi di Tot sono tutti qui, nelle panchine della mia vita pezzente, (Contini ha già scritto di me?), – non ho più casse né libri né vino, solo testi tagliuzzati, messi in acqua o fatti seccare, non ho niente, sono ex-nessuno, ex-ciclope, ex-vivo, EX, mi hanno tolto anche la lingua, io che srotolavo il sumerico e l’ebraico in una bicchierata sul Tevere. Non rutto più, è impressionante, da quanti anni è morto Roussel? dove dormo stanotte, nell’atelier di uno scultore o nella tana di un catalogo? Ah, no, una casa ce l’ho, quella è roba antica… Non me ne frega niente dell’afasia, io sono un classico! Si possono usare i pensieri come porpora fenicia, incenso di Ismaele, succo di carrube, saprò gettare il mio cervello a macchie sui manifesti, sui bidoni, nel firmamento, sono ancora un bufalo, uno stomaco, una tromba, la pelle invisibile del mondo, li appenderei tutti, i miei lapilli, adesso, se potessi, i miei pensieri alla cima dei crepacci li appiccherei, là dove ride Palazzeschi l’incendiario, ma non ho più mani, non ho più voce, esisto solo nel silenzio assoluto, faccio il tamburo muto, qui, ultimo sciamano di una tribù già scomparsa che mi ha ficcato nella terra come ultimo totem – e voi siete gli stranieri da cui sarò sempre lontano. Eccomi, suonatemi, che sia percosso! fino all’osso della parola, fino al punto vivo della lingua morta, della mia lingua morta nel mio palato fermo, sasso di Tot, barbaro canto! (e Contini, dove scrive di me?) – e di questa vita che non mi sale nemmeno alle labbra cosa farò fra un secondo, nell’altro millennio? Escathòn! Da qualche parte del Brasile c’è un vulcano spento. De la cabeza del loco quid hodie narratur?

(2009)

 

in AAVV, Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa

Dot.com Press – Le Voci della Luna Edizioni, 2013

 

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Emilio Villa

 

EXITIALE

 

Victor vehemens omnium

mortis per  aethram vehitur,

semen solute saturat

quae soli Somnium permeat

 

Labri lubentis aditus

labe aeterna labitur,

orietur quaqua latebra

statua mundi reptilis

 

Oscinnitans obscoenitas

coelestia poscit pascua,

veneni quidam zephyrus

ultimam lingit ulceram

 

Immensus humus coelitus,

recessus atque halitus,

nimia glaciation, recidit

in oras remotissimas

 

Intemporaneitatis

iter crinitum insilit,

incontrastata patria

inscripta in zamia sanguinis

 

Deserta nux infarcta,

constellationum genesis,

lucet, gangraena Anemonis,

implecit numen Sidera

 

(Da Verboracula, in Zodiaco, Empirìa, 2000)

 

 

 

 

 

Per Emilio Villa – Eventi – Milano (2)

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Letteratura Necessaria – Azione 46

Venerdì 6 dicembre ore 21
LIBRERIA POPOLARE DI VIA TADINO
Via Tadino 18, MILANO

Parabol(ich)e Dell’Ultimo Giorno per Emilio Villa
Dot.Com Press – Le Voci della Luna edizioni, 2013
antologia di prosa, poesia e saggistica a cura di Enzo Campi

Reading con

Paolo Zublena, Francesco Marotta, Biagio Cepollaro
Nicola Frangione, Dome Bulfaro, Jacopo Ninni, Enzo Campi

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Nelle foto Paolo Zublena, Dome Bulfaro, Biagio Cepollaro
Jacopo Ninni, Francesco Marotta, Nicola Frangione

 

*

 

Emilio Villa

Radix

 

Inspicua ergo hieroglyphica radix
radicitus, ingluties anxiae
vocis caverna in hiatu superno,
sphaera oculi extra orbitas efflante,
os uti nitidum nidum aetheris
postumi revolvens nictatur, raris
radii sine fune nec fine propulsum,
funere ratum, usquedum haec omnia
[m]oriuntur, parietes mundi parient
gradus imaginarios, omni onere impedente
soluto varient: fabula et bufala
complexae sunt se, risusque
verba scandit obliqua, fractus,
non homogeneus, angustior.

 

(Da Verboracula, 1981)
 

la me ga scrito (III)

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Estratti da
Dome Bulfaro
“Oratura di Emilio Villa – Ovvero La me ga scrito (III) come te va ga dito?
in AAVV, Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa
Dot.com Press, Le Voci della Luna, 2013

 

 

[…]

5- Mediazione archetipale ed etica del fallimento

 

L’opera di Emilio Villa ha il dono di riaprire il capitolo dei processi di mediazione simbolica e fa riesplodere il problema del ruolo del poeta rispetto alla propria comunità: «i filamenti intorbidavano l’agua, l’agua / svolazzanti, nuotanti, si battevano nel deserto erratico / dio, che lezione! / il bisbiglio innamorato, nel nascere idrogenico / ti telefonano dentro, ti telefonano anche gli attimi / materna Wies-vies-baden, ehm, insomma / oh, disgrazia, il ruolo, il ruolo! / capisci? []»

Il griot in Africa, ne ho avuto di recente conferma ascoltando dal vivo il senegalese Ablaye Cissoko, è un mediatore non solo tra cielo e terra, fra mondo degli spiriti e mondo degli uomini ma può esserlo anche fra un generale che ha appena perso la guerra e il suo re che vorrebbe condannarlo a morte o tra famiglie che vorrebbero appacificarsi dopo un litigio ma che necessitano di un mediatore per riavvicinarsi. La crisi del ruolo del poeta nella società contemporanea è figlia dell’incapacità da parte del poeta di non avere più la consapevolezza di incarnare questo Hyphen[1] (Tania van Schalkwyk) e del non sapere più definire il proprio ruolo di mediatore tra chi o cosa. Il poeta del Novecento, assoggettato alle logiche ristrette della carta stampata, ha obliato non solo il suo ruolo di mediatore, ma nel contempo ha perso la capacità di svolgerlo con un “fare” intermediale. Emilio Villa riscopre, in quanto mistagogo, l’archetipo del poeta mondato dalle sovrastrutture culturali, inspecie quelle di natura confessionale. Scrivono Luciano Caruso e Stelio Maria Martini: «Diremo allora che tutto il discorso linguistico villiano si può intendere come emanazione di un nucleo culturale archetipo, costituito dal sacro-corpo-sesso che, se non fosse sacro, appunto, potrebbe essere sostituito da qualunque altro fenomeno assunto come nucleo. Ora, questa stessa sacralità di cui appare circondato nell’opera villiana codesto nucleo, si riflette sull’officiante e sull’officio del culto e per questo il primo riceve veste di mistagogo, come abbiamo detto, e il secondo, cioè la materia del verbum e del signum, proprio per il suo magico-rituale, si offre intercambiabile ed equivalente in ogni suo frammento, interiezione o vocabolo di scarto, compresi quelli di derivazione anatomico-chirurgico-farmaceutica».[2]Ora il Villa, mediatore tra storia e mito, diversamente da molti suoi sodali pittori riconosciuti già in vita Maestri e in tempi relativamente brevi (si pensi a Fontana, Burri, Capogrossi, Manzoni, Matta, Newman, Twombly, De Kooning, Pollock…), risulta ancora oggi figura marginale, nonostante molti artisti avessero identificato in Emilio Villa un Maestro (non sempre, a dire il vero, palesandolo). Villa incarnava il proprio ruolo di mediatore culturale non certo da critico d’arte classico. Per dirla con Leonardo Sinisgalli «Villa [] faceva da allenatore, da provocatore, da apostolo dei compagni»[3] di arti visive.

Villa, quale sacerdote del Sapere, Maestro d’Arte e di vita, appare oggi particolarmente indigesto più che negli anni in cui ha operato, perché decenni di settorializzazione hanno prodotto generazioni incapaci di leggere anche in modo analogico e alogico il mondo e i linguaggi artistici che esteticamente lo interpretano e lo re-inventano. La materia informale, l’inafferrabilità del rito, l’intermedialità linguistica rendono oggi la scrittura di Villa, inaccessibile ai più. Nonostante siano trascorsi almeno quarant’anni dalla sua composizione, un’opera come La me ga scrito (III) risulterebbe alle scuole superiori piuttosto impraticabile. Colpisce che il Villa risultasse ostico anche allo stesso Sinisgalli, che pure lo praticava: «Ho sempre visto in lui una specie di rabdomante che sapeva trovare le vene d’acqua sepolte sotto i terreni più aridi. Come poeta mi riusciva indigesto, specie quando portò a maturazione il suo sistema compositivo, la sua lingua di Babele. Non ce la faccio a stargli dietro per più di una decina di lasse; quell’empito confuso, eruttivo, oracolare mi dà alla testa. Il suo liquore è troppo forte per il mio stomaco e le mie meningi.»[4]

Eppure, per quanto Emilio Villa possa risultare di primo acchito un “iperintellettuale” (Caruso) indigesto (mi si passi il termine), e a basso tasso emotivo (quindi poco empatico), per quanto la sua scrittura sia “iper-sperimentale” (Martini), per gli studenti e insegnanti di oggi ritornerebbe esemplare non solo in termini di libertà di sguardo e azione ma per quell’etica del fallimento, dico provocatoriamente, che lo ha caratterizzato. Emilio Villa è come se non avesse subito il fallimento, inseguendo vanamente il successo, ma l’avesse praticato e perseguito. Con lucida volontà, testimoniano in molti, si è tenuto a debita distanza da qualsiasi logica di mercato, logica editoriale, logica professionalizzante e classificante. La sua posizione volutamente defilata non fa che evidenziare l’atteggiamento non conformista rispetto alla cultura ufficiale.             Tra le composizioni di Villa e il suo modus vivendi c’è una corrispondenza inequivocabile che eleva questo autore a modello culturale che non dico debba essere emulato in concreto dagli studenti (di Emilio Villa ce n’è uno), ma sarebbe bene lo si interiorizzasse quale modello culturale capace di perseguire idee e progetti di enorme portata, nella totale consapevolezza che questo babelico impegno profuso non gli procurerà alcun riscontro immediato se non, vi pare poco, la totale libertà d’esistere. Villa accetta di camminare sull’orlo del fallimento per fecondare di nuovo significato, effettivamente e continuamente, se stesso e il mondo. Alla sua figura va riconosciuto un ruolo di nuovo mito nel nostro immaginario personale e, spero, anche collettivo.

L’immensa opera poetica di Emilio Villa è ancora in parte inedita e dispersa in edizioni private e riviste misconosciute, al pari del suo immane lavoro svolto intorno alle arti visive e come traduttore. E allora, nonostante l’affastellamento di piccoli e grandi ostacoli che si frappongono tra noi e l’opera villiana, come trasformare nella scuola di oggi Emilio Villa in un classico del Novecento? Forse la sua versatile commutazione dei codici, che vale anche tra dialetto e idioma nazionale, come tra differenti linguaggi artistici, se ben canalizzata potrebbe dimostrarsi l’interfaccia ideale con le giovani generazioni contemporanee, potrebbe costituire la botola che permetterebbe l’accesso e l’apprendimento della commutazione tra codici e sistemi linguistici prima, e tuffo à rebours nella sorgente della parola poi.

La sua poesia ha in sé una “tensione tautologica” (Spatola) che non è né nichilista né tanto meno autodistruttiva. Anzi è propositiva e partecipante. Come chiarisce lo stesso Spatola «La poesia di Emilio Villa dispiegandosi nell’arco di vari decenni, e sempre in modi stratificati e tecniche compresenti ha avuto ed ha di solito come caratteristica più evidente quella di non essere « autonoma » ma, almeno nella maggior parte dei casi, « partecipante » al lavoro di altri, abitualmente pittori e scultori: si badi, non come semplice esegesi di un’attività già chiusa e determinata ma, ripetiamo, come partecipazione, possibilità delle possibilità»[5]. La quasi certezza del fallimento, così come l’idea che l’opera di Villa prescriva una cooperazione, ci libera come interpreti dall’ansia da prestazione, ponendoci in una posizione di relativa serenità.

6- Prima applicazione dell’etica del fallimento

L’oratura in quanto Arte traduttoria del testo è sempre o conservativa, e cioè a servizio della poetica dell’autore del testo, o germinale, e cioè asservita alla poetica dell’interprete. Conoscere la datazione dell’opera, specie in caso di oratura conservativa, è rilevante. Sappiamo però che, vista la semiclandestinità di molte sue pubblicazioni e vista la galassia di contributi non solo artistici offerti da Villa, la reperibilità di dati esatti è problematica. L’oratura delle poesie di Emilio Villa è al contempo estremamente semplice quanto inafferrabile. È vero che ogni testo villiano fa storia a sé, d’altro canto è vero anche che se una certa “litania ostinata” (Spatola), una “dinamica accanita”, uno “humor impenitente”, sembrano elementi trasversali alla sua poesia.

Ad esempio, per quanto possa apparirvi scelta di dizione scontata, se volessimo provarci nell’oratura di Letania per Carmelo Bene basterebbe seguire le indicazioni racchiuse nel titolo: una litania che assecondi i dettami oratori del maestro Bene. Le poesie del primo periodo villiano offrono appigli piuttosto sicuri: con Di volt, una lüsnada (1937), nel rispetto prosodico del testo, ci si potrebbe tranquillamente appoggiare al parlato milanese; oppure Senza armonia (1950), invita ad una interpretazione oracolare.

Ma quando, in definitiva, il linguaggio di Emilio Villa è così stratificato e complesso, inafferrabile, com’è nel caso di La me ga scrito (III), il testo come “te va ga dito”? Fa molto piacere, dopo verbose pagine di riflessione, sapere che non si sia concluso assolutamente “Niente” e che qualunque oratura si riuscisse a proporre, sarebbe comunque e sempre un lieto fallimento.

[1] Tania Van Schalkwyk, Hyphen, Electric Book Works, 2009

[2] Luciano Caruso e Stelio Maria Martini, Emilio Villa. In “Uomini e idee”, 1975,  p. 7

[3] Leonardo Sinisgalli, Due parole di saluto. In “Uomini e idee”, cit. p. 54

[4] Ibid. p. 54

[5] Adriano Spatola, Cosmogonia «pubblica» e «privata» in Emilio Villa, in “Uomini e idee”, cit. p. 55