geolatrica / gran sangue della terra

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Emilio Villa

 

Geolatrica

 

 

Beh, mo’ te dico, tibi, sabula, dicam.

Ho inserito l’alluce e l’unghia relativa

nel pieno dell’argilla

per cercarne i grani

per i differenti casi

che si sollevano

dai cieli serrati

per le varie categorie di anime

 

la sua crescita, il suo

ingrossamento, è dovuta

a ciò che soltanto spira

semplicemente spira

tra pollice in aria e alluce

in terra

non ci siamo mai consociati

io corpo, tu terra

se non in maniere diverse

in rami diversi e secondari

di implacabile necessità

di conoscenza, di urgenza filogenetica

 

la morte in fondo

all’argilla

non sarà allora

che un tenue

compiacimento

concentrica consunzione

di eteree carogne

di esangui consensi

di digestioni esterrefatte

 

tutto rimane nel

non-tremendo

e nelle sue rose corrose

di ventilazioni, di psicologemi

di contorti

logos sessuati: di

miraggi presunti che

chiamano dall’ultrainfinito

finito nelle sue fredde

faglie, in sazia cecità di

percorsi e tane.

 

 

(In Emilio Villa, Zodiaco, Empirìa, Roma, 2000.

Ora in Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa

Dot.com Press, Le Voci della Luna edizioni, Milano – Sasso Marconi, 2013)

 

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Ivan Fassio

 

 

Gran Sangue della Terra

 

 

 

Speravamo fosse quieto ritorno a raccolta: detto, motto e frase fatta, ma ben compresa, lasciata cadere dalle braccia, come d’estate, al caldo.

Escrescenze metalliche – o lamine organiche arancio e smeraldo – erano consistenze di astio, gocce d’ardore, mosti di corruzione. Viviamo ora l’orrore, il conclamato tumore: la lucidità dello sbaglio tremendo, del futuro avvenuto!

Perché già ricomprammo letteratura, perché più l’avventura non ci appartenne, perché tristi fummo, soli e impauriti, prima d’intenderci… Per offrire un sorso di pace: dal pozzo alla fronte, dal credo al sudore: contadini sagaci che vivono e crepano, insieme, di tara e coraggio, di natura del vizio, della stortura.

Dopo minacce contro gli umori, l’era dell’urlo scoccava e la storia si segnava, placida o ignara, talvolta. Il cuore era in guerra: di voglie il barile raschiato imitava un buon vento. Alla nazione bastarda, meticcia, un augurio di morte, il bacio del traditore: presa al costato, impiccata ai capelli, donna affogata. Il mostro che ne rubò la voce e il talento era di mille sirene l’amante. Cessò in un istante, di vita insensata, nell’ossuta trama del canto. Era degno furore, prima d’andarsene: pegno d’onore, maestro di croce, cretino di corte. Ferito d’orgoglio, ai piedi del tempio, portava Grecìa in Galilea. Il trullo d’Alberobello svettava sul Golgota, all’ombra dei cedri, disabitato.

Un popolo estinto, dall’alto miracolo, emanava tarde notizie di resa. Chi ne gettava le ceneri in spiaggia era, intanto, meno del manto – diviso a metà – del Giotto di San Martino. Il bagnasciuga, per tanta indecenza, respirava vergogna.

In tempi distanti, il sarto s’ammalò del mattone, nelle vampe della carenza. Una saldatura di crepa, per guarigione, sigillò l’afa e risanò il clima dell’araba valle, a monte di olimpiche nascite, di croniche fondazioni. Sui gradini del terremoto, l’esperimento chirurgico compì l’estinzione del vuoto, levando l’assenza dai fondi del pieno: il cretto di Gibellina. Le tele raccolsero, allora, il travaso di regioni rivolte, interne ed esterne, scosse e riconsumate. Per radiografia, versamenti schiusi in suture seguirono ai negativi le bruciature, a guisa d’etimologia di pittura.

Riguardo al momento che discutevamo: nell’araldico modello di frase, scandito e potente, orale e scavato, nessuno, o quasi, si riconosceva. A novembre raccogliere i grappoli acerbi, brinati sui ragni da galaverna, lo diceva un poeta indecente, sedotto da una mistica ingrata. Dai versanti del Monferrato, si scriveva morire per ricordare, parlare per credere, provare per dare. Sull’orlo della fine, si cuciva per plagio una verde ferita – di rami innestati, di foglie sul male. Mentivamo a noi stessi!

Ora, nessuno decide se restare nel limbo, a campare in fessure, o scassare le porte e scappare. Per il seminario dell’educazione è la lotta dell’allergia, per il fardello dell’idioma è la fuga dall’apatia: la soluzione! Tutto si mostra senza cervello: dalle fauci di macchina, dallo stadio di stato, dalla messa di scena, l’ultimo nervo si svincola a malapena, imbelle. Per tenere in piedi una frase che sappia d’autentico, mai useremo un tipo di lingua che più non si articoli, rinnovata da barbari accenti e clandestini fermenti, accecata ed estatica, antica nel suono a battesimo della struttura: come le lettere scritte dell’alfabeto, come il respiro enigmatico: punteggiatura.

(in Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa

Dot.com Press, Le Voci della Luna edizioni, Milano – Sasso Marconi, 2013)

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