Critica d’arte

Paraboliche dell’ultimo giorno – Cantiere per un video in costruzione

Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa

Cantiere per un video in costruzione

 

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Per Emilio Villa – Eventi – Reggio Emilia

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PoiesisArt

Incontri, letture e opere per (e di) Emilio Villa

Reggio Emilia, ottobre 2014

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VENERDI’ 3 OTTOBRE 2014 ORE 17.00

Biblioteca Panizzi, Sala del Planisfero, via Farini 3

Il centenario di Emilio Villa e l’eredità reggiana.

Lectio magistralis di Aldo Tagliaferri

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VENERDI’ 3 OTTOBRE 2014 ORE 20.45

Poiesis ArtSpace, via Guido da Castello 19/a

Testimone di nessun specialismo. Apertura all’avvenire originario.

Rolando Gualerzi, commento alle mappe concettuali su: Emilio Villa – Martin Heidegger

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Incontro con Simona Menicocci

La poesia come dispositivo visivo: Corrado Costa – Emilio Villa

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Amici e studiosi:

Brevi Letture da traduzioni di Emilio Villa: L’Odissea e il Genesi ( Bibbia)

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Nello spazio Poiesis Art, dove si terranno gli incontri, sarà allestita un piccola mostra di Lavori originali, libri e manoscritti di Emilio Villa a cura di Poiesis-Art

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SABATO 4 OTTOBRE 2014 ORE 20.45

Poiesis ArtSpace, via Guido da Castello, 19/a

Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa

un progetto ideato e curato da Enzo Campi

presenta

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Recital multimediale su testi tratti da le mûra di t;éb;é e dai Trous con

Martina Campi, Mario Sboarina, Francesca Del Moro, Enzo Campi

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Questo Recital viene contrassegnato come il secondo dei “gesti finalizi” del  progetto Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa, ideato e curato da Enzo Campi, inaugurato nel settembre del 2013 a Castelfranco Emilia (MO). Il progetto si è sviluppato nella realizzazione dell’omonimo volume collettaneo edito da Dot.Com Press – Le Voci della Luna, da una serie di eventi live che hanno attraversato l’Italia, da Torino a Napoli, passando attraverso Monza, Milano, Parma, Bologna, Verona, Padova, Venezia, Roma, ecc., e dalla creazione di un sito dedicato ad Emilio Villa.

https://parabolichedellultimogiorno.wordpress.com/

 

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Sabato 4 e sabato 11 ottobre 2014, ore 10,00-13,00 e 16,00-19,30 presso Poiesis ArtSpace

è  possibile prendere visione di Lavori originali, libri e manoscritti di Emilio Villa

In Collaborazione con:

Biblioteca Panizzi, Archivio Storico Pari e Dispari, Fondazione Vincenzo di Paolo.

Ringraziamenti a: Giulio Bizzarri, Rosanna Chiessi, Silvio Craia, Amedea Donelli, Simona Menicocci, Pietro Mussini, Paul Vangelisti, Aldo Tagliaferri e quanti hanno reso possibile queste giornate.

Organizzazione: POIESIS-ART, Rimini/Reggio Emilia. Cell. 348 3129122 – 0541 27081

Emilio Villa, poeta clandestino (1914-2003). L’archivio Tagliaferri per il centenario della nascita

Emilio Villa, Saffo, Roma, 1982, edizione di 105 esemplari con dieci litografie originali di Alberto Burri

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Emilio Villa, poeta clandestino (1914-2003). L’archivio Tagliaferri per il centenario della nascita

In mostra a Melzo, fino al 5 Giugno

 

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Esattamente dieci anni fa lei ha scritto una biografia di Villa intitolandola Il clandestino: perché un titolo così? E perché è stata pubblicata da un editore “militante” come DeriveApprodi?


Il titolo discende dalla constatazione dello stato di clandestinità in cui Villa visse e operò, almeno rispetto alla cultura accademica. DeriveApprodi divenne l’editrice in seguito all’opera di mediazione fornita da Nanni Balestrini.

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http://www.artribune.com/2014/06/emilio-villa-a-centanni-dalla-nascita-una-mostra-e-unintervista/?utm_source=feedburner&utm_medium=twitter&utm_campaign=Feed%3A+Artribune+%28Artribune%29&utm_content=FaceBook

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I tempi dell’arte secondo Emilio Villa

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Giuseppe Zuccarino

 

 

I tempi dell’arte secondo Emilio Villa

 

 

[…] Quando parla di sacrificio, però, Villa non intende riferirsi ai riti delle varie religioni storiche antiche, che a suo avviso non hanno nulla a che vedere col modo di pensare e operare dell’uomo paleolitico: «Le condizioni magiche, mitiche o animistiche sono irreversibili: non possono cioè essere trasferite, revertite, nella condizione integrale del sacrificio preistorico, che non può essere inteso come “religioso”, né come magico, o mitico o animistico. Il sacrificio preistorico è, in un modo più organico, come substrato, semplicemente: “nutritorio” e “uccisorio”, con finalità chiuse nella propria vicenda di espressione e di simbolo» [1].

  Per l’uomo dei primordi, il sacrificio è energia, nutrimento, è un modo per ristabilire l’equilibrio. Si tratta dunque di un atto incentrato su se stesso, un atto iniziale e generativo: «Uccidere è l’esperienza assoluta del primo vivente; è il primum; uccidere, come ferire, entrare, penetrare, estrarre, sviscerare, espellere. Nelle testimonianze immaginarie attive dell’uomo, l’atto di uccidere appare legato agli impulsi primari della fecondità» [2]. Nel sacrificio, il ruolo dominante spetta senz’altro agli animali: «Oggetto e soggetto dell’atto dell’uccidere, o sacrificale, è la bestia: la bestia viene assunta, sotto l’impulso immaginario, in una sfera metamorfica […]. Per definirla ideologicamente, diciamo che è bestia-dio» [3]. Ciò spiega fra l’altro perché, nella sua ostinata ricerca di uno strato culturale che sia il più possibile originario, quando si trova impegnato a tradurre e commentare opere antiche Villa interpreti le divinità (siano esse mesopotamiche, greche o ebraiche) come strettamente connesse agli animali. Così, nella sua lettura dell’Odissea, egli vede profilarsi, attraverso i nomi o epiteti delle creature divine (ma la stessa cosa vale per gli eroi) altrettanti animali: in Atena la civetta, in Circe il falco di palude, in Era la vacca, in Apollo il topo; oppure, nel tradurre il Genesi, riconosce in Jahwè, come del resto nel dio babilonese Marduk, il toro [4].

  L’uomo primordiale si caratterizza dunque «come homo feriens (aspetto profondo dell’homo sapiens)», e sperimenta una «tentazione dinamica, puramente immaginaria, e nutrita di alti poteri equilibranti» [5]. Allo stesso bisogno risponde quell’altro aspetto della sua attività che, non senza una certa improprietà terminologica, definiamo artistico: «L’arte, come spiraglio, come spiraculum anzi, feritoia: l’arte che ferisce il mondo, il divino, che infligge la piaga solenne nel corpo del mondo: l’arte come strumento sacrificale» [6]. Anche se l’atto compiuto e l’atto simbolizzato non sono del tutto sovrapponibili, esiste fra loro una continuità: dato che la ferita praticata sul corpo della vittima reale va intesa come un segno, non può sorprendere il fatto che, quando si passa all’arte, tale segno venga prodotto fisicamente sulle effigi degli animali raffigurati (tramite il lancio contro di esse, sulla parete di roccia, di oggetti appuntiti) oppure evocato come immagine, all’interno della scena dipinta o incisa, sotto forma di frecce che colpiscono gli animali. «Dal taglio all’intacco, dall’incisione al graffito, dalla traccia di punta alla traccia colorata, il simbolo si sostiene e progredisce di intensità, proprio in ragione dell’affievolirsi dell’analogia realistica, e dell’intensificarsi della sensibilità concezionale dell’uomo: la lacerazione del ventre dell’animale scolpito con taglio profondo porta ancora il ricordo della violenza attiva sul corpo dell’animale vero; mentre la traccia dipinta è simbolo puramente concettuato del segno originario, ed è violenza contenuta, ma mentale in senso più fluido» [7] […]

NOTE

[1] E. Villa, L’arte dell’uomo primordiale, op.cit.

[2] Ibid. p. 13.

[3] Ibid. p. 16.

[4] Ibid. pp. 19-20.

[5] Ibid. p. 23.

[6] Ibid. p. 26.

[7] Cfr. E. Villa, Nota del traduttore, in Omero, Odissea, Milano, Feltrinelli, 1972, pp. 350-351 (Atena, Circe, Era, Apollo) e p. 365 (Marduk); E. Villa, [Sulla traduzione del Genesi], in AA. VV., Emilio Villa poeta e scrittore, Milano, Mazzotta, 2008, p. 35 (Jahwè).

 

(il saggio completo è contenuto in

AA.VV. Paraboliche dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa)

 

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Il volume può essere acquistato via email

info@dotcompress.it

 

Dare ordine al Kaos

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Gian Ruggero Manzoni

 

 

Dare ordine al Kaos

 

 

 

 

[…] Uomo che procedeva liberamente in base a ciò in cui credeva, che amava, che reputava “alto”, Emilio si mantenne sempre estraneo ai meccanismi che regolano il sistema “ufficiale” letterario o artistico e il mondo della grossa editoria, non a caso la sua poesia è stata spesso ignorata da una certa critica (lui diceva: “I critici sono merda”), anche perché Emilio faceva uscire i suoi testi in tirature di poche copie, in libri d’arte, in cataloghi di amici artisti, in plaquettes, in riviste semiclandestine, realizzando, in piena coscienza, una sorta di massima dispersione del suo fare (a quei tempi era uno dei tanti modi di rifiutare, volontariamente, quindi idelogicamente, certi potentati o giochi di potere e certe vanesie storicizzazioni di alcuni autori ancora in vita).

Il sempre bravo Aldo Tagliaferri, il maggior studioso e conoscitore dell’opera di Emilio Villa, lo ha spesso definito come “la massima espressione della vocazione neoalessandrina della nostra epoca”, perciò letterato rivolto a un modo di creare teso alla coesistenza di esperienze provenienti da culture più disparate, ma pur tutte rivolte allo scavo in un passato remotissimo, in quel mistero che sta alla base di ogni linguaggio e che ha visto prove simili in Artaud, in Breton, in Pound, in Joyce, in una certa Beat Generation, in Brion Gysin, in un continuo processo di associazioni e dissociazioni che parte dalle Parole in Libertà futuriste e dal linguaggio transmentale – zaum’ – di Velemir Chlebnikov, Aleksej Kručenych e Iliazd, per approdare alle composizioni Dada o New Dada in cui l’esperimento linguistico si fa atto estetico: perciò l’aenigma (l’enigma) e il mystérion (il mistero) quali punti di partenza e di arrivo (del resto Villa sosteneva che: “Se la parola è dono divino, ecco che l’enigma è posto dal dio all’uomo in un cortocircuito semantico”).

Quindi, in lui, non altro che un’indagine persistente e circolare sul nostro Essere (umano/umani), sul nostro divenire, sul nostro evolverci tramite il linguaggio, la lingua, la parola… quella componente eterea, ma concreta assieme, che dà forma al concetto, alla ratio, a volte superando la ragione stessa, per approdare in quell’altrove, dalla mente ancora tutto da scoprire, in quel “potere divino” da cui tutto scaturisce e in cui tutto trova fine; infatti questo movimento a ritroso, quest’immersione diretta nell’archeologia dell’espressione, rappresenta indubbiamente una delle linee di forza della poetica villiana, una poetica per cui (a volerla compendiare con l’ausilio di una formula di Karl Kraus) “l’origine è la meta”. E per comprendere meglio la sua idea del rapporto tra il divino e l’umano, giova rifarsi agli estratti dell’incompiuto saggio L’arte dell’uomo primordiale, stesi verso il 1965, ove il sacrificio, il sacrum facere, l’uccisione della vittima, è considerato atto nutritivo divinizzante, ma, al contempo, immanente, senza trascendenza; per cui l’azione violenta è positivamente naturale e il segno-incisione-ferita è simbolo di trasfusione di energie vitali. […]

 

(il saggio completo è contenuto in

AA.VV. Paraboliche dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa)

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