per Emilio Villa

Porsi all’ascolto

Emilio Villa è nato nel 1914 ed è venuto a mancare nel 2003. Approfittando del decennale della scomparsa (2013) e del centenario della nascita (2014) ho inteso rilanciare la complessa e articolata figura artistica di Villa con un progetto ad ampio respiro. Per quanto fosse considerato, dagli addetti ai lavori, come una figura determinante e anche come una sorta di precursore di alcune modalità di veicolazione della cosa letteraria e artistica, Villa ancora oggi risulta sconosciuto ai più.

 

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ubi consistam

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Enzo Campi

 

ubi consistam (per Emilio Villa)

 

 

si
sfibra il
languore
e mi prudono le
nari una
goccia illividita 
toni-
fica il
biancume ri-
disegnando la
linea che
dispare impari
nell’
inaudita chora ove
transita il de-
corso temporale
degli scrigni
allucinati in
chiave di
violino
 
nel
mano-
scritto
illeggibile e
convulso
discorgo la
consonanza in
peto e feto
raccordando il
periplo all’
ototelia dell’
ingordo pasto a
cui mi con-
segno
inseguendo il
sumerico livore d’
un cuneo
difforme che
insanguina di
pece il
foglio ingiallito

tra
i formati
equidisgiunti
lungo linee
aggroviglianti
esplode il
tratto disunito
di soma al
sema reso e s’
ammassano
orpelli nel
coacervo
nidificato e
detto mai una
volta smarrito e
illontanato dal
loco declinante
ove siamo e
stiamo

si
definì così
scheletro gioioso e
animato per
spiraleggiare in
lungo e
largo la
linea curva
incisa ferro a
ferro per
disapprendere la
fola dell’
eterno di-
venire cosa
causa e
principio

si
finì così
rendendo-
si all’
insieme
genuflesso dei
fonemi tracotanti
esposti in
bella posa nell’
ovo circonflesso
come piega
rifratta dell’
eco alterninterna all’
ego me
ausculto e al
bisogno
assolvo

si
sfinì così
dato a
sognare
come piaga
irrisolta dell’
ecce e
sei e
fosti tanto sì ma
assiso sul
sacro trespolo
ove si
raggomitola
ancora l’
istanza al
sempre altro
morire e
morirsi

 

(scritta di getto nel 2008,  all’uscita della mostra antologica su Emilio Villa, curata da Claudio Parmiggiani a Reggio Emilia)

 

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Biagio Cepollaro – Per Emilio Villa

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Biagio Cepollaro

 

 

Per Emilio Villa (estratti)

 

 

Pare che Altri Termini e Tam Tam fossero le due riviste più importanti in Italia a proseguire la ricerca sperimentale degli anni Sessanta, in un periodo che era già dominato dalla reazione neoromantica e neoclassica all’uscita dei Novissimi. Nell’ambiente di Altri termini i contatti con Spatola, Costa, Vicinelli, Niccolai, erano frequenti. Attraverso questi poeti circolava già la storia e la leggenda di questo poeta straordinario che aveva rifiutato tutti gli aspetti narcisistici e superficiali della poesia italiana per ritrarsi volontariamente e testimoniare questa sua fede nella poesia e nell’arte. E tutto questo a fronte di poeti che erano diventati già piccoli baroni universitari o giornalisti di successo. L’alternativa rappresentata da Villa era per noi prima esistenziale ed etica e poi letteraria. Mi piaceva insomma questa figura di Emilio Villa ancor prima di averne letto una sola pagina. […]

Villa aveva provato forse a tornare alla confusione originaria per individuare l’archetipo iniziale, il punto da cui tutto prese le mosse  come la preistorica venere, la contaminazione della seconda metà degli anni Ottanta anticipava lo scenario della perdita delle identità a cui almeno quattro secoli di storia moderna ci avevano abituati. Erano in gioco le letterature nazionali e la differenza tra la lingua del centro e la lingua della periferia, era in questione l’azzeramento dello spazio di cui parlava il dromologo Paul Virilio. La fine, per così dire, si ricongiungeva come nella figura dell’uroboro, con l’inizio. Eppure il realismo come punto di arrivo delle sperimentazioni linguistiche restava. Realismo inteso come il desiderio di affidare alla scrittura il compito di sondare una qualche verità che solo la scrittura letteraria o l’arte avrebbero potuto restituire e indicare. Ecco: forse il primitivo e l’originario erano dimensioni più accessibili direttamente all’arte e alla poesia, per via archetipica… O mitica. […]

Era estraneo sia ad una forma di classicità imperante che ai canoni della neoavanguardia che stavano per essere proposti. Tra gli epigoni dell’ermetismo da una parte e i fenomenologi e i marxisti dall’altra: non c’era spazio probabilmente per il suo pensiero che era diverso radicalmente. Quando lo Strutturalismo veniva sbandierato per farla finita con tutti i misticismi e gli impressionismi, Villa indagava con i mezzi dell’intuizione linguistica a ritroso le dimensioni umane e ciò avveniva anche attraverso la comprensione-digestione-restituzione delle opere di Burri che non avevano equivalente nell’ingessato mondo letterario italiano, sia tradizionalista che antitradizionalista: si trattava semplicemente di un’altra energia, ancor prima che di un’altra idea… […]

Si potrebbero mettere a confronto Villa e Sanguineti su di un piano come quello della dimensione orale. Mentre in Sanguineti l’insistenza fonosimbolica, per così dire, ha la funzione soprattutto di produrre dei giochi di parole, dei calembour, con una forte ironia e quindi desublimazione dei materiali su cui lavora, nel caso di Emilio Villa la dimensione orale ha la funzione di accorpare, aggregare, agglutinare in un accumulo elementi eterogenei. Ma questa aggregazione finisce con il presentare la realtà nella sua densità, nella sua complessità… Quindi lo stesso elemento, la stessa importanza data alla dimensione orale, in Sanguineti finiscono con il sortire un effetto tutto sommato ludico e talvolta virtuoso, mentre invece in Villa hanno una funzione conoscitiva: è il mondo, è la realtà che viene esplorata attraverso questo modo di far funzionare la vicinanza sonora tra le parole. […]

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(il saggio completo è contenuto in

AA.VV. Paraboliche dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa)

 

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Il volume può essere acquistato via email

info@dotcompress.it

 

oikos / nostos

mb 1

oikos
 

κογχοειδής, resti dal debriefing: l’andare concoide dell’eidetica
nel vetro che schianta, concede una frattura, replica l’acqua
vicina alle sorgenti di una luce circolare; coordinate polari
e rotative appese ai polpastrelli. la conchiglia dell’orecchio
resta tesa nello sguardo fisso, nello squarcio cranico del mare
reso nel profilo a doppia volta: with leaves, then leaving, doppia
fuga come doppio fuoco. cede ai cocci: una lezione di fisica
presa per rapidi e scheletrici dati, presto puri come l’acqua
di un cielo che raccoglie proiezioni dal gendarme – la voce
è dell’aoristo in chi decide per l’alogena dell’eco, souls ascending,
una data da distrarsi; antimateria, chirurgica della caduta –
come negazione avara e sistematica del cristallino. cambiare
quindi i tempi, le notazioni lunghe: dimora è lontananza
dalla casa, della casa che subentra, modo terminale della pietas;
sostanza morta per chi vende e intesta all’ospite, in usura
a ciò che è del rimanente. precisa, a qualche metro dalla costa
– forthe seasurgerythe stonealive in my hand, the corpse abandoned –
a mano il coroner la assolve se certifica che pure è stata.
le sponde, lungo questo continuo scanalare, accennano
una propria ratio, una spirale per verbare nel pallore: andare
è un po’ mandare via il vecchio e tardo, murato; una cosa
espulsa, esplosa da se stessa. questa casa si rifugia, accetta
umile una supplica. alla fine è solo un loculo, una culla: andare
non succede – si riduce, retrocede per isole ostinate, uguali
a una congenita secchezza – alle stesse fattezze rigide dei vivi.

*

nostos

per iniziare, cioè senza ferire, in una nebbia illesa e spinta
nell’ombra parassita, via dal centro: unwound, dispnea esatta
di terra e poi detriti, brina innervata della specie, macchia
sommersa al vaglio del presente, taglio interno della tela
nella frana fatta necessaria, che sa e comunica una liturgia
del gergo, che mira ed è mirata per sbagliare: non più
per sempre mancherà nel fiato, estesa nel dominio, devota,
rimasta nell’auto-immolazione del risveglio – in principio
erano arcate dentro al cardine, a forma di corteccia, poi
cataste: per una volta granature, grandine che non rimane
conservata, carico e rifiuto visti nel chiaro dello scafo;
un tempo decisivo, deciduo, cedevole. l’opera viva riapre
il raggio, ributta il nomade del mare nel mattino – le corps
marqué, comme manquant, adesso latita, riluce, tira il derma
delle piante, leviga l’onda morta della fuga, nuova pietra
nella pietra; marea, che è moenia, muraglia, corso e spasmo
resi nulli dalla spartizione dei versanti. la contraerea può
ripeterne l‘avvento: frammentazione come danza, polarità
familiare – chi esplora rinviene creta, argilla del canale.
continua a esistere se è resa replicante, permeabile, lasciando
in prova gesti e lacere estensioni, braccia propagate alla deriva:
mimica esclusiva, crollo concentrico del corpo, mutilazione
al vortice della deriva – questa casa ora devastata accenna
la sua supplica, questa casa mai finita, che respira, riparte,
preme ancora, rientra, fatta infisso; prima tessuta, prima
del mattino – spiccare piante, ίερά, traslare hiemshiver:
l’ordigno primitivo è immesso nei cloudmaker. faranno
interdizione, danza del fumo, della pioggia, nucleo-motore
e venatura, processo cellulare dell’incanto, rimasto dove
è concavo, caduto, neuma che scava, lascia un segno arreso
nel rilascio: abbandonare i centri di raccolta, guardare
ciò che è nitido e ricade, resta e svela, prende luce,
si prostra, conserva segni di postura – chiedono i resti
dell’embed: un’insurrezione estesa, rimasta nel respiro –
lùmina, midollo, permanenza nello stadio larvale di ogni stato,
limitazione a ciò che viene deflagrato: una calotta, una terra
cava, un vuoto costante e vicendevole, lo scavo di una forma
astrale letta nell’esergo: il tutto pieno degli dèi che si frattura
in anni di distanza, il tutto sacro ed isolato che si flette, manca
l’ostracismo, il tempo-spazio riportato all’οἶκος. – ritorno:
il corpo mancato, come mancante, scocca e lascia, infetto,
poi allagato se precede una diretta, a mani chiuse, per voglia
sottile, che non si deve se non c’è, separata dallo sterno
nell’ora del giorno che interpone; il corpo marcato, come
mancante, che divide il tempo dei rientri: motore solo,
messo a freno lungo un muro, meno cavo per biologica
inserzione, portato indietro al proprio pattern, alla domanda
finalmente non rimessa: essere al completo, non avere
completezza –  ritorno come schema del figlio, poi νέος,
di nuovo, ancora chiuso in cella –

*
Daniele Bellomi
oikos/nostos
in AA.VV
Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa
a cura di Enzo Campi
(Dot.com Press, Le Voci della Luna edizioni, 2013)
Il volume può essere acquistato scrivendo
a info@dotcompress.it

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