Verboracula

Stelio Maria Martini

Il 20 settembre del 2014, nel corso del primo dei “gesti finalizi” del progetto Parabol(iche) dell’ultimo giorno, ovvero nella serata denominata “Un anno per Villa”, veniva presentato in anteprima un estratto del video intervento Risalire all’indietro di Stelio Maria Martini, che fu realizzato dietro mia richiesta e che è incentrato sul suo rapporto di frequentazione pluri-decennale con Emilio Villa. Nell’attesa di poter caricare in rete le 4 parti di cui si compone il video, apprendiamo la notizia che Stelio Maria Martini si è spento ieri 01/03/2016 a Caivano (NA). Vogliamo semplicemente ricordarlo proponendo una sua traduzione di una delle poesie in latino che fanno parte del corpo testuale di Verboracula di Emilio Villa, espressamente dedicata al comune amico Luciano Caruso.

SMM

Emilio Villa, Charta musice
da Verboracula in id. Zodiaco
Roma, Empiria, 2000

Charta musice (1)
 
 
Locus adsiduus tonitruum viduusque nidus
excoriatur et inmitti videatur in unda
quasi locus-logos lacerque viventis:

charta tunc cantat, nec indormir illa,
crepitat charta, carmine cantat alato,
cantat ieiunia simula c nenia alia,

inania cantat atque onania vestra,
omina cantat necnon abomina omnia
inaudibilia cantat, conserit inguinalia mundi

musice sonitu, roratque noster lucianus,
charta frustata riget in aëre induto,
cordisque carinam charta aevi refrangit,

musicus strepitus haerens
crudus et incredulus error
aequoris fremit alterne revulsi;

grandula ergo charta substrepens orietur,
gratus glandulus meus atque horror
praeciens in nudam fluet altam:

credamus igitur in primum unumque fragorem,
unamque coronam discretam disorbitatam,
omneque per vulnera exire numen luciani:

rem rei carminat ultima caro,
caro puerenniter praetermissa natura
labirridentis luciani citati per auras.

Idem ac idem necnon id idem, isdemque tonus
superne relata coniungit: re quoque lata,
ecce iam sonuum fractus resplendit ignis,

arbor ecce musici oscitantis pavoris innumera petit,
pandit denuo res mota graduum extans,
versus sub versu vertice audax iacet aër:

choreola in hortus ortu stupenda recrescit
ubi mutum mutabit puerenne impetu vulnus
et tonitrus alibi tandem tacti creabuntur,

per quos suppedit et humida musica tota:
crura tunc crude conterat ille,
dum tubam cernui vos teneatis in ore

signum ad audiendum ultradictum renovandae
mentis, et neumata ablata subripiat eadem
corrupta milonga, quae chartam colludere iocis
et focis audiat ubique.

*

FINEMENTE SU CARTA

luogo assidio di tuoni, vedovo nido
si scuoia e sembra avventarsi nel tumulto
quasi luogo-logos e strazio del vivente:

allora appunto carta canta e non dorme,
crepita la carta, canta con carme alato,
canta digiuni insieme e nenie altre,

canta inanità, canta le vostre onanità,
auspici canta ed anche tutte le iatture
inaudubili canta, intreccia le anguinaie del mondo

sottilmente nel rumore, e stilla luciano nostro,
a brani la carta si leva nell’aria che la indossa
e ancora una volta la carta dell’evo infrange il naviglio del cuore,

persistendo lo strepito musicale
freme il crudele incredibile errore
dello specchio acquoreo interrotto qua e là;

un po’ più grande sorgerà allora la carta frusciante,
grato mio glàndolo e l’orrore
che predispone scorrerà nell’ignuda profonda:

crediamo dunque nel primo ed unico fragore,
nell’unica corona distinta e fuori d’orbita,
e che l’intera volontà di luciano si manifesti attraverso gli strappi:

l’ultima carne pettina la cosa della cosa,
la carne puerennamente passata oltre natura
nel clima del pince-à-rire di luciano:

ciò stesso stessissimo nonché lo stesso, il medesimo tono
celestialmente congiunge i riporti: ri proprio porti,
ecco, ora risplende il fuoco infranto dei richiami,

ecco l’albero cercare l’innumere della musicale
angoscia sbadigliante,]
rivelare ancora ciò che fu rimosso nei passaggi intermedi,
l’aria indiscreta rimanere confutata linea per linea nel vortice:

il balletto mirabile risorge, giardino alla sua nascita,
come di colpo muti la muta puerenne ferita
e alla fine creeranno tuoni puntualmente violati

per cui struoneggi tutto intero il concetto umoroso:
allora egli vi trituri crudelmente gli stinchi
mentre ve ne state proni con la tromba alla bocca

ad ascoltare il segnale ultradetto del rinnovamento
mentale, e la stessa disonorata milonga
si appropri dei segni della rapina e sottintenda la carta

che scherza con giochi e fuochi, dovunque.

(traduzione di Stelio Maria Martini)

 

 

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ex / exitiale

villa

 

Marco Ercolani

 

 

 

EX

 

 

(un apocrifo per Emilio Villa)

 

 

 

Non mi sono mai fatto spedire quel quadro di Rothko, l’ho lasciata laggiù, quella macchia scarlatta e potente! mi chiama ancora, quel matto di gallerista, ma come posso rispondere? Ieri a gettare colate di parole sul muro del foglio, in francese, accadico, semitico, lombardo, e oggi non posso nemmeno dire u, sono afasico, Villa afasico!!, che nemesi del cazzo, non serviva nessuna nemesi per un caso come il mio, lo ero anche prima, afasico, visto che nessuno ascoltava la mia rovinosa, incandescente frana di parole – come mi chiamava Duchamp? Villa-drome – ma  adesso non mi muovo più, non faccio niente, sto sepolto nelle mie rune, a dialogare con la mia mente, a scrivermi nei lobi del cervello, a spremere dentro di me l’origine dei mondi, l’arcaico seme ancestrale (ma perché non ho mai giocato al posto di Meazza?, sempre riserva, dannazione!), sarebbe stato bello buttarsi nei campi, scoprire cifre, segni, alfabeti a pelo d’erba, a un passo dalla rete, fuggire e fuggire e non cercare rovine vulcaniche, ora l’origine me la vivo nel crogiuolo della mente, non posso più sprecarmi, sono chiuso a chiave nelle mie porte tebaiche, litania nella litania, scrittura cuneiforme di questo corpo che si ostina a respirare, io, riserva delle riserve, informe tesoro di scartafacci e scarabocchi, roba da saccheggiare senza chiedere il permesso – ma quale roba? una marmellata di petali di rose? un papiro egiziano? un arrosto fumante? una coda alla vaccinara? Le pietre mi parlano ancora, i sassi di Tot sono tutti qui, nelle panchine della mia vita pezzente, (Contini ha già scritto di me?), – non ho più casse né libri né vino, solo testi tagliuzzati, messi in acqua o fatti seccare, non ho niente, sono ex-nessuno, ex-ciclope, ex-vivo, EX, mi hanno tolto anche la lingua, io che srotolavo il sumerico e l’ebraico in una bicchierata sul Tevere. Non rutto più, è impressionante, da quanti anni è morto Roussel? dove dormo stanotte, nell’atelier di uno scultore o nella tana di un catalogo? Ah, no, una casa ce l’ho, quella è roba antica… Non me ne frega niente dell’afasia, io sono un classico! Si possono usare i pensieri come porpora fenicia, incenso di Ismaele, succo di carrube, saprò gettare il mio cervello a macchie sui manifesti, sui bidoni, nel firmamento, sono ancora un bufalo, uno stomaco, una tromba, la pelle invisibile del mondo, li appenderei tutti, i miei lapilli, adesso, se potessi, i miei pensieri alla cima dei crepacci li appiccherei, là dove ride Palazzeschi l’incendiario, ma non ho più mani, non ho più voce, esisto solo nel silenzio assoluto, faccio il tamburo muto, qui, ultimo sciamano di una tribù già scomparsa che mi ha ficcato nella terra come ultimo totem – e voi siete gli stranieri da cui sarò sempre lontano. Eccomi, suonatemi, che sia percosso! fino all’osso della parola, fino al punto vivo della lingua morta, della mia lingua morta nel mio palato fermo, sasso di Tot, barbaro canto! (e Contini, dove scrive di me?) – e di questa vita che non mi sale nemmeno alle labbra cosa farò fra un secondo, nell’altro millennio? Escathòn! Da qualche parte del Brasile c’è un vulcano spento. De la cabeza del loco quid hodie narratur?

(2009)

 

in AAVV, Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa

Dot.com Press – Le Voci della Luna Edizioni, 2013

 

zodiaco bb

 

Emilio Villa

 

EXITIALE

 

Victor vehemens omnium

mortis per  aethram vehitur,

semen solute saturat

quae soli Somnium permeat

 

Labri lubentis aditus

labe aeterna labitur,

orietur quaqua latebra

statua mundi reptilis

 

Oscinnitans obscoenitas

coelestia poscit pascua,

veneni quidam zephyrus

ultimam lingit ulceram

 

Immensus humus coelitus,

recessus atque halitus,

nimia glaciation, recidit

in oras remotissimas

 

Intemporaneitatis

iter crinitum insilit,

incontrastata patria

inscripta in zamia sanguinis

 

Deserta nux infarcta,

constellationum genesis,

lucet, gangraena Anemonis,

implecit numen Sidera

 

(Da Verboracula, in Zodiaco, Empirìa, 2000)

 

 

 

 

 

Per Emilio Villa – Eventi – Milano (2)

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Letteratura Necessaria – Azione 46

Venerdì 6 dicembre ore 21
LIBRERIA POPOLARE DI VIA TADINO
Via Tadino 18, MILANO

Parabol(ich)e Dell’Ultimo Giorno per Emilio Villa
Dot.Com Press – Le Voci della Luna edizioni, 2013
antologia di prosa, poesia e saggistica a cura di Enzo Campi

Reading con

Paolo Zublena, Francesco Marotta, Biagio Cepollaro
Nicola Frangione, Dome Bulfaro, Jacopo Ninni, Enzo Campi

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Nelle foto Paolo Zublena, Dome Bulfaro, Biagio Cepollaro
Jacopo Ninni, Francesco Marotta, Nicola Frangione

 

*

 

Emilio Villa

Radix

 

Inspicua ergo hieroglyphica radix
radicitus, ingluties anxiae
vocis caverna in hiatu superno,
sphaera oculi extra orbitas efflante,
os uti nitidum nidum aetheris
postumi revolvens nictatur, raris
radii sine fune nec fine propulsum,
funere ratum, usquedum haec omnia
[m]oriuntur, parietes mundi parient
gradus imaginarios, omni onere impedente
soluto varient: fabula et bufala
complexae sunt se, risusque
verba scandit obliqua, fractus,
non homogeneus, angustior.

 

(Da Verboracula, 1981)